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pace e guerra

sono di essenza diversa.
La loro pace e la loro guerra
son come vento e tempesta.
La guerra cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre.
Ha in faccia
i suoi lineamenti orridi.
La loro guerra uccide
quel che alla loro pace
è sopravvissuto.

B. Brecht

 

 
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Notizie dall'Italia
Sardegna, manifestazione a Salto di Quirra PDF Stampa E-mail

28 aprile. Manifestazione a Salto di Quirra


AForas manifesto 28 aprile

A Foras – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna. Per la chiusura delle basi. Per le bonifiche. Per la restituzione delle terre.

28 aprile per Sa Die de sa Sardigna grande manifestazione di A Foras presso il Poligono di Quirra contro la guerra e contro l’occupazione militare della Sardegna.

 

A Foras, l’assemblea che riunisce organizzazioni e persone contro l’occupazione militare della Sardegna, come già annunciato da mesi si prepara ad una nuova giornata di lotta e affermazione del diritto di tutte e tutti i sardi di disporre delle proprie terre per uno sviluppo vero di lavoro e di libertà dall’industria della guerra in tutte le sue declinazioni.

Per questo A Foras sceglie il 28 aprile, la giornata che le istituzioni hanno chiamato Sa Die de sa Sardigna, per farne realmente una giornata di liberazione e di rivendicazione del diritto di tutti i popoli all’autodeterminazione. A Foras lotta per la Sardegna ed è al fianco di tutti i popoli che, come quello sardo, subiscono l’aggressione delle guerre imperialiste, degli eserciti e del capitalismo mai sazio. Sappiamo da tempo che non esistono guerre chirurgiche, sappiamo che le guerre dell’era digitale colpiscono sempre più popolazioni civili inermi, sappiamo che i bambini sono le prime vittime delle guerre. Noi non possiamo più accettare che la nostra terra sia utilizzata per test, sperimentazioni, esercitazioni e costruzione di ordigni che vengono utilizzati per sterminare altri popoli. Non accettiamo che la nostra terra sia avvelenata, che sia compromesso qualsiasi sviluppo al di fuori dell’industria militare.

Questa giornata è stata preceduta da una serie di assemblee di tutti gli aderenti ad A Foras e da un’altra serie di incontri nei territori dove il gruppo di studio sulle servitù militari ha presentato un dossier sul Poligono di Quirra, basato su dati statistici ufficiali e rafforzato da quanto emerso dalla recente indagine dell’Università degli Studi di Cagliari (PISQ – Analisi contro fattuale e valutazione del rischio sull’area interessata dal Poligono Interforze del Salto di Quirra, finanziata dalla L.R. 7/2007). Quest’ultima ricerca giunge a conclusioni per certi versi simili rispetto al nostro dossier: in assenza del poligono si sarebbero potute sviluppare economie alternative (basate su turismo, agricoltura per esempio) che avrebbero portato un maggiore reddito a quel territorio (come nel caso di Villaputzu, ma anche per quanto riguarda Perdasdefogu dagli anni 80 in poi), oltre che ovviamente un’economia etica (non basata sull’esportazione della guerra) e sostenibile.

Dal 1956, data del suo primo insediamento contro la volontà delle popolazioni (come dimostra il documentario di G. Ferrara, “Inchiesta a Perdasdefogu), il poligono militare di Quirra non ha portato uno sviluppo sostenibile e duraturo. Perfino a  Perdasdefogu, il comune maggiormente “dipendente dalla base”, con la fine della leva obbligatoria e l’abolizione dell’obbligo di residenzialità dei militari, il peso dell’indotto militare crolla (come dimostra la Ricerca dell’Università di Cagliari). Tantomeno il poligono ha posto un freno al crollo demografico (anzi, nel principale comune costiero del PISQ la crescita della popolazione è quasi a zero, al contrario di tutti gli altri centri litorali limitrofi). Al contrario, la base ha contribuito all’impoverimento e allo spopolamento, determinando un arresto per ogni altro sviluppo alternativo collegato ai beni ambientali (come la spiaggia di Murtas) e culturali.

Il 28 aprile, per Sa Die de sa Sardigna, saremo di nuovo in tanti a manifestare per la Sardegna tutta e per i popoli che subiscono le guerre e le deportazioni, ai quali va tutta la nostra solidarietà.

 

Perché il 28 aprile

Vogliamo dare a questa giornata, scelta dalle istituzioni per celebrare Sa Die de sa Sardigna, un connotato diverso dalla semplice celebrazione attraverso rituali, testimonianze e folklore cristallizzato. Vogliamo far sì che diventi un momento di protagonismo attivo, una giornata di lotta che sia davvero di liberazione.

Quale miglior modo di ricordare l'autodeterminazione di un popolo se non quello di costruire il proprio destino andando a contrastare l’occupazione militare?

Una terra che subisce da decenni il giogo della NATO, degli Stati Uniti, dello Stato Italiano con i loro militari e il carico di nocività non ha bisogno di celebrazioni storico/culturali, ma l’esercizio della memoria deve servire ad azioni concrete di impegno civile.

Perché il Poligono di Quirra

Questi i motivi per cui ci mobilitiamo il 28 aprile, scegliendo di farlo al Poligono Interforze del Salto di Quirra (PISQ) – fiore all’occhiello dell'occupazione militare della Sardegna. Saremo a Quirra con centinaia di bandiere dei quattro mori a far vedere un popolo unito contro il suo aguzzino.

La Sardegna non è lontana dagli scenari di guerra, ma coinvolta suo malgrado e complice, con le sue terre usate per le esercitazioni e i test sperimentali, prima di andare ad uccidere e aggredire altri popoli, e con la fabbrica di bombe RWM di Domusnovas che produce a pieno ritmo bombe sganciate su popolazioni inermi.

Per questo saremo a Quirra, in questo poligono simbolo dell’occupazione militare, istituito nel lontano 1956 e ad oggi il più esteso d’Europa, con i suoi oltre 13.000 ettari. I danni sugli abitanti e sull’ambiente sono conclamati e oggetto, in questo momento, di un processo che vede imputati 8 ex generali per i danni all’ambiente, agli animali e agli esseri umani che quel territorio lo vivono e lo dovrebbero poter vivere liberamente.

Oggi si scrive Quirra e si legge esercitazioni militari, test di tecnologie micidiali e ricatto al territorio. Domani non dovrà più essere così.

Non accetteremo una riconversione che significhi restituire le terre e l'economia locale ai militari sotto il nome di ricerca scientifica, tecnologica e corsa allo spazio.

Tutti insieme lotteremo affinché non ci siano più tumori, neonati deformi, agnelli polifemo, lo faremo perché si possa tornare su quelle terre non ancora irrimediabilmente compromesse dalla presenza militare e troveremo insieme i modi per renderle nuovamente utilizzabili.

Se non agiamo noi, che la Sardegna la viviamo in prima persona, nessuno lo farà per noi.

 

Respingiamo con forza tutti i tentativi di intimidazione e di provocazione venuti fuori negli scorsi giorni dalle nostre controparti. Non temiamo le minacce di arresti in differita  millantati dalla Questura di Cagliari, così come rifiutiamo la divisione in “manifestanti buoni” e “manifestanti cattivi”. Denunciamo pubblicamente anche la presa di posizione del Generale Niccolò Manca (primo comandante sardo della Brigata Sassari), che a un incontro pubblico a Perdasdefogu ha contribuito ad alimentare il clima di tensione e di scontro con le popolazioni locali, chiedendo loro di “arrabbiarsi” contro chi chiede la chiusura dei poligoni sardi. Al Generale Manca consigliamo la lettura del nostro primo dossier nel quale dimostriamo che un’economia alternativa porterebbe un maggiore reddito sul territorio. Un reddito non solo maggiore, ma anche sostenibile economicamente, socialmente e dal punto di vista ambientale, ma soprattutto etico e non sporcato dal sangue delle loro sporche guerre.

 

Invito alla partecipazione di massa

Invitiamo alla partecipazione attiva tutti coloro che si riconoscono in queste motivazioni. Invitiamo ad una mobilitazione di massa, da tutte le parti della Sardegna, attraverso la diffusione dell’informazione nelle scuole, nelle università, nelle nostre comunità, nei piccoli e grandi centri. Invitiamo a partecipare ad una giornata di lotta, di impegno civile, ma anche di festa e di condivisione. Portiamo la bandiera che ci identifica come popolo, la bandiera dei quattro mori, portiamo la nostra volontà di essere uniti per una causa giusta. Saremo lì per bloccare le esercitazioni in corso e per riappropriarci della terra sottratta.

 

“Si parte e si ritorna tutti insieme”.

L’appello di A Foras è per viaggiare sempre insieme, sia che si arrivi in pullman sia con automezzi privati. Per tutte le informazioni sulla raccolta di adesioni e per i pullman organizzati dai diversi territori (Cagliari, Sassari-Alghero, Oristano) suggeriamo di collegarsi al bloghttps://aforas.noblogs.org/ e alla pagina facebook https://www.facebook.com/aforas2016/ . A chi verrà autonomamente in macchina consigliamo di lasciare il proprio mezzo nei pressi della strada vicinale posta sulla destra della vecchia 125 venendo da sud in direzione del bar di Quirra (in quanto davanti al concentramento lo spazio per il parcheggio è ridotto).

 

 

Foto/video

Chiediamo a chi volesse partecipare al corteo facendo foto e video di contattarci preventivamente per conoscerci reciprocamente ed evitare spiacevoli inconvenienti. Tutti coloro che intendono realizzare immagini video e foto sono pregati di accreditarsi. (contatti blog / pagina facebook / mail Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo ).

 

Luogo e ora

L’appuntamento è per il 28 aprile alle ore 11.00 nelle vicinanze del bar Quirra lungo la vecchia S.S.125 al km 78.

 

I canali di informazione e di contatto:

Blog: aforas.noblogs.org  

Email:  Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Facebook: https://www.facebook.com/aforas2016/

Twitter: https://twitter.com/aforasnews

 
Nel 2017 aumentano le spese militari italiane PDF Stampa E-mail

Missioni militari. 1,5 miliardi per mostrare i muscoli in giro per il mondo



missioni

Nel 2017 il contingente italiano di militari in Iraq sarà secondo solo a quello statunitense. A deciderlo è stato il governo Gentiloni, che ha deciso di aumentarlo fino a 1.497 militari, nell’ambito della “Coalizione dei volenterosi” per la lotta contro l'Isis. I militari italiani avranno anche compiti di ‘force protection’nell’area di Mosul, in particolare per quanto riguarda la diga, appaltata alla societa’ Trevi. Lo stanziamento previsto per il 2017 e’ di 300,7 milioni. Il contingente militare in Iraq supera quello ancora operativo in Afghanistan.

Ma non c'è solo l'Iraq, c'è anche la Libia dove è stata avviata l'operazione ‘Ippocrate’, intorno all’ospedale da campo di Misurata. Oltre al personale sanitario, ci saranno infatti dei militari con compiti di ‘Force protection’. In tutto saranno impiegati fino a 300 uomini e lo stanziamento per il 2017 e’ di 43,6 milioni. Per fronteggiare l’immigrazione clandestina e assistere la Guardia costiera libica, lo stanziamento e’ di ulteriori 3,6 milioni. Per proteggere il traffico mercantile e le piattaforme petrolifere antistanti la costa libica (operazione Mare sicuro), lo stanziamento e’ di 84 milioni con 700 uomini. Per l’operazione Sophia-Eunavformed contro gli scafisti nel Mediterraneo lo stanziamento è di 43,1 milioni per 585 uomini.

In questo modo le spese complessive dell'Italia per le missioni militari all’estero nel 2017, saliranno a 1,13 miliardi, ai quali vanno aggiunti 295 milioni per la cooperazione che affianca i militari nei teatri di guerra. Gli uomini impiegati nelle missioni militari all'estero saranno 7.459 militari e 167 agenti delle forze di polizia.

Occorre poi tenere conto che il prossimo anno altri 140 militari partiranno per la Lettonia nell'ambito dello stanziamento di un contingente della Nato. Verrà inoltre rafforzata anche la presenza in altre operazioni in Europa, delle quali quella più numerosa vede impegnati 550 soldati italiani in Kosovo.

Enrico Piovesana, su Il Fatto del 30 gennaio, sottolinea anche il triplicare dello stanziamento (da 5 a 15 milioni) per le operazioni d’intelligence a supporto delle missioni condotte dagli agenti operativi dell’Agenzia di informazione e sicurezza esterna (Aise), attivi soprattutto in Libia, Iraq e Afghanistan. L’incremento è legato alla novità (introdotta un anno fa da Renzi) dell’impiego di assetti militari (forze speciali) a supporto delle operazioni d’intelligence per operazioni segrete.

Secondo l'Osservatorio sulle Spese Militari italiane, nel 2017 verranno spesi 1,28 miliardi di euro contro gli 1,19 miliardi del 2016. Soldi destinati a finanziare l’impiego di 7.600 uomini, 1.300 mezzi terrestri, 54 mezzi aerei e 13 navali in decine di missioni attive in 22 Paesi, nel Mar Mediterraneo e nell’Oceano Indiano.

Da troppo tempo su tutto questo si assiste ad un assordante silenzio, sia in Parlamento che fuori. Sarà il caso che le realtà antimilitariste, antimperialiste, tornino a battere un colpo contro le missioni militari? E non è solo una questione di spese, sono la natura e gli obiettivi di queste missioni che dovrebbero inquietare. Soprattutto quando diventano la proiezione della politica dei fatti compiuti dai quali è sembra rognoso recedere.

 
La legge quadro italiana per la guerra PDF Stampa E-mail

L’Italia si dota della Legge per la guerra



missioni-internazionali-allestero

Piuttosto in sordina, il 31 dicembre scorso è entrata in vigore la Legge quadro sulle missioni militari all'estero. La legge era già stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale fin dal 1̊ agosto; ma ne era stata rimandata l'attuazione a fine anno, tranne che per la disposizione all'integrazione del Copasir, cioè dell'organismo di controllo sulle attività dei servizi segreti (venuto fuori come problema in occasione delle “missioni coperte” in Libia), anche se valido solo per la legislatura in corso.
L'Italia si è così dotata di una legge organica dello Stato per l'invio di contingenti militari all'estero che dovrebbe azzerare le contraddizioni di incostituzionalità sul ricorso alle azioni militari contro, verso o in altri paesi vincolate al rispetto dell'art.11. Infatti il nostro ordinamento fino ad oggi prevedeva solo la disciplina della "guerra". Ma lo stato di guerra deve essere deliberato dalle Camere, che conferiscono al Governo i poteri necessari (art. 78 Cost.), mentre la dichiarazione di guerra è prerogativa del Presidente della Repubblica (art. 87, 9° comma). ll tutto nei limiti sanciti dall'art. 11 Cost., che vieta la guerra di aggressione e consente l'uso della violenza bellica solo in ipotesi ben determinate (la difesa).
La storia di questi ultimi venticinque anni, con numerose operazioni militari all'estero e il coinvolgimento dell'Italia in teatri di guerra (Iraq, Afghanistan, Jugoslavia ma anche Somalia, Libano etc.), ha reso inevitabile una legge organica che legittimasse sul piano legale la partecipazione dei militari italiani a guerre e operazioni militari in altri paesi.
La Legge individua la tipologia di missioni, i principi generali da osservare e detta disposizioni circa il procedimento da seguire. La newsletter Affari Internazionali ne offre una sintesi molto utile:


a) Le missioni militari all'estero, sia di peace-keeping che di peace-emforcement, sono in primo luogo quelle con il mandato delle Nazioni Unite, ma adesso lo sono anche quelle istituite nell'ambito delle organizzazioni internazionali di cui l'Italia è membro, comprese quelle dell'Unione Europea;


2) La Nato non è menzionata espressamente, ma è automaticamente inclusa. La Legge poi si riferisce anche alle missioni istituite nelle coalition of willing, cioè coalizione create su una crisi specifica sulla base di decisioni unilaterali dei paesi che vi aderiscono, infine si riferisce alle missioni "finalizzate ad eccezionali interventi umanitari".


3) La Legge specifica che l'invio di militari fuori dal territorio nazionale può avvenire in ottemperanza di obblighi di alleanze, o in base ad accordi internazionali o intergovernativi, o per eccezionali interventi umanitari, purché l'impiego avvenga nel rispetto della legalità internazionale e delle disposizioni e finalità costituzionali (che a questo punto vengono aggirate dalla legge stessa)


“Resterebbe da chiarire il significato di accordi intergovernativi e come questi si differenzino dagli accordi internazionali. Si tratta di accordi sottoscritti dall'esecutivo o addirittura di accordi segreti?” si interroga Affari Internazionali. “In parte tali dubbi dovrebbero essere fugati dai paletti volti a scongiurare una deriva interventista. Le missioni devono avvenire nel quadro del rispetto: a) dei principi stabiliti dall'art. 11 Cost., b) del diritto internazionale generale, c) del diritto internazionale umanitario, d) del diritto penale internazionale”.
Quanto al procedimento per la partecipazione alle missioni internazionali, viene reso centrale il ruolo del Parlamento, razionalizzando una prassi, qualche volta in verità disattesa, che faceva precedere l'invio del contingente militare all'estero da una discussione parlamentare. Ma spesso la ratifica parlamentare avveniva a posteriori, in occasione della conversione in legge del decreto-legge (DL) di finanziamento della missione.
L'iter disegnato dalla L. 145/2016 è il seguente: la partecipazione alle missioni militari è deliberata dal Consiglio dei ministri, Cdm, previa comunicazione al Presidente della Repubblica ed eventuale convocazione del Consiglio supremo di difesa.
La Legge quadro mette mano anche ad un'altra spinosa questione, ossia se ai militari impegnati nelle missioni debba essere applicato il codice penale militare di pace o il codice penale militare di guerra. Anche la soluzione indicata lascia aperta tutte le strade. La nuova legge dispone che sia applicabile il codice penale militare di pace, ma il governo potrebbe deliberare l'applicabilità di quello di guerra per una specifica missione. In tal caso è però necessario un provvedimento legislativo e il governo deve presentare al Parlamento un apposito disegno di legge.

 

E' dalla partecipazione alla prima Guerra del Golfo (1991) che si pone il problema di conformare la legislazione italiana al ripetuto ricorso alla guerra "nella risoluzione delle controversie internazionali" che di volta in volta è stata mascherata con acronimi sempre più improbabili: operazione di polizia internazionale, guerra umanitaria, protezione di civili, difesa preventiva etc. etc. Operazioni militari che hanno visto negli anni migliaia e migliaia di soldati italiani prendere parte a guerre in altri paesi e miliardi di euro spesi per parteciparvi. Quando le furberie sulla guerra diventano una Legge organica dello Stato, vuole dire che il punto di non ritorno si è avvicinato ancora di un altra spanna.

 
I miliziani di Misurata e l'Italia PDF Stampa E-mail

I miliziani di Misurata che l’Italia va a curare sono criminali di guerra



misurata

Chissà cosa pensano dell’«operazione Ippocrate» i libici di Tawergha. Cinque anni fa, i 40mila cittadini di pelle nera che popolavano questa città furono oggetto di pulizia etnica: parecchi uccisi e imprigionati, tutti gli altri deportati in massa proprio dalle milizie dichiaratamente razziste di Misurata che l’Italia va a soccorrere. In effetti dei molti gruppi armati libici ai quali l’operazione Nato «Unified Protector» nel 2011 fece da forza aerea, le Misrata Brigates – decine di migliaia di combattenti, già parte essenziale della compagine islamista Fajr sostenuta dal Qatar – sono forse il peggio. Altro che gli «eroi in ciabatte», prima protagonisti della «rivoluzione» libica nel 2011, poi della «lotta contro Daesh a Sirte» nel 2016.

Dall’agosto 2011 Tawergha, in fondo un simbolo della «nuova Libia», è una città fantasma e semidistrutta. Gli abitanti fuggirono in massa mentre i «ribelli» vittoriosi uccidevano molti di loro, ne imprigionavano altri – accusandoli di stupri senza prove e chiamandoli mercenari – e davano fuoco alle case, con il pubblico consenso dell’appena insediato primo ministro libico Mahmoud Jibril, capo del Consiglio nazionale di transizione (Cnt). I fuggiaschi si rifugiarono nel sud della Libia e in campi profughi sparsi in diverse città oppure si spostarono in Tunisia ed Egitto. Da allora hanno condotto una vita grama.


Il 31 agosto scorso il rappresentante dell’Onu per la Libia Martin Kobler ha propiziato a Tunisi un accordo di riconciliazione fra Misurata e Tawergha che prevede fra l’altro il ritorno in condizioni di sicurezza degli sfollati, il ripristino a cura del governo libico di un minimo di servizi sociali – compresa la rimozione delle mine-, risarcimenti per gli uccisi e le proprietà danneggiate.

Non sarà facile rendere operativo ed equo un patto che risulta leonino fin dall’esordio: richiama infatti la dichiarazione del 23 febbraio 2012 con la quale «i leader delle tribù di Tawergha porgevano le scuse a Misurata per qualunque azione compiuta da qualunque residente di Tawergha». Nessuna scusa, invece, da parte degli autori della pulizia etnica.

Nel mirino dei misuratini, autori anche della cacciata di molte famiglie dall’area di Tamina, sono finiti poi un numero importante di cittadini non libici, africani subsahariani linciati o imprigionati senza processo né prove. La caccia al nero non è storia solo del 2011. L’inviato del New Statesman pochi mesi fa si è sentito rispondere dal guardiano dell’obitorio di Misurata che i corpi nella stanza erano di africani uccisi, magari per un telefonino.

Gli armati di Misurata hanno compiuto stragi di civili e attacchi indiscriminati anche durante l’assedio, nel 2012, alla città di Bani Walid accusata di ospitare sostenitori del passato regime. E al tempo dell’assedio di Sirte, con Misurata sempre in prima linea, fu impedito l’accesso alla Croce rossa nella città. Nell’agosto 2014 fioccarono invano altre accuse di crimini: le milizie Fajr guidate da Misurata, nel prendere il controllo di Tripoli e delle aree circostanti avevano costretto alla fuga migliaia di civili distruggendone le proprietà.

Impunità assoluta per i «ribelli» di Misurata anche rispetto ai crimini compiuti nelle loro carceri autogestite, con maltrattamenti e torture all’ordine del giorno e nessuna garanzia di equo processo a carico di detenuti qualificabili come politici. E mentre l’Ue chiudeva gli occhi per anni al traffico di armi verso le coalizioni jihadiste di Fajhr Libia, la città di Misurata rimane un hot spot, con ovvie complicità, in un altro traffico: quello di esseri umani.

 

Marinella Correggia – Il Manifesto del 16 settembre 2016

 
Sassari, contestato seminario di guerra all'UniversitÓ PDF Stampa E-mail

Università di Sassari: seminario di guerra contestato e interrotto



sassari

Giovedì 13 ottobre un gruppo di studenti e militanti dei movimenti contro l'occupazione militare della Sardegna hanno interrotto un seminario tenuto da graduati della Marina Militare de La Maddalena presso l'aula Mossa della facoltà di giurisprudenza di Sassari.

Il seminario in questione faceva parte di una serie di incontri volti a presentare il nuovo corso di studi in Sicurezza e Cooperazione Internazionale, attivato quest'anno all'ateneo Turritano in collaborazione con l'Esercito Italiano.

I contestatori, a seminario appena iniziato, hanno esposto uno striscione recante la scritta "Fuori la guerra dall'università" interrompendo i militari e impadronendosi del microfono così da spiegare ai partecipanti i motivi dell'azione, denunciando la subdola funzione del corso di laurea pensato con l'obiettivo di formare figure professionali che si posizionino a metà strada tra l'ambito civile e quello militare.
Durante l'intervento altri militanti hanno distribuito il volantino sottoriportato per poi scandire cori contro la militarizzazione dell'università.

 

Di seguito il testo del volantino distribuito:

 

AL SERVIZIO DELLA GUERRA
Il seminario che stai per seguire è organizzato dal Corso di Laurea in Cooperazione e Sicurezza Internazionale. Di cosa si tratta? Dietro le belle parole dell’Ateneo che assicura che si tratta di “un progetto
culturale altamente innovativo che si discosta dai corsi incentrato unicamente sulle Scienze della Difesa e della Sicurezza a indirizzo militare” si nasconde in realtà un progetto ben più ampio.
A partire dagli ultimi anni, infatti, sono nati anche nel panorama universitario italiano diversi corsi di laurea finalizzati a creare nuove figure professionali che operino nell’ambito dei conflitti, delle calamità naturali e dei problemi di sicurezza. 
Come mai? Dieci anni fa i paesi della NATO scrissero un documento: “Nato 2020 Urban operation” con l’obiettivo di individuare le linee guida di una politica internazionale per prevenire e gestire situazioni di conflittualità, tanto nei lontani scenari di guerra quanto nei vicini confini dei paesi europei. Tra le linee guida spiccava quella denominata “Impegno”, ossia “gestire una situazione di conflittualità, non solo con l’attacco diretto alle forze nemiche, ma anche con la gestione degli effetti del conflitto sulla popolazione non combattente”.
E poiché, secondo Nato 2020, il campo d’azione va “dal conflitto su larga scala all’assistenza umanitaria”, diventa necessario lavorare su un aspetto: stringere il piano militare a quello civile.
A tale scopo non basta solamente rafforzare l’immaginario del militare come “operatore di pace”, ma è necessaria la creazione di nuove figure professionali a carattere civile, capaci di affiancare il lavoro del militare sul campo. Una figura fondamentale non solo per la gestione del conflitto in sé, ma anche per rendere più “umanitario” il volto di una guerra, in grado di gestire la fase di transizione del paese in un nuovo regime.
Ecco che da lì a qualche anno, prima nei paesi anglosassoni poi in quelli vicini, iniziano a fioccare nuovi corsi di laurea in “gestione del conflitto”, “sicurezza e cooperazione” e via dicendo… e così, anche se in ritardo, arriva a Sassari il corso in “sicurezza e cooperazione internazionale”.
Questo corso (finanziato per il 50% dal ministero della difesa e del tesoro) si rivolge a due categorie di studenti: quelli standard, ovvero civili, e quelli militari (per la cronaca questi ultimi secondo il regolamento di ateneo pagheranno solamente 500 euro di tasse all'anno). Le figure professionali che ne usciranno saranno dei tecnici al servizio tanto del ministero della difesa, quanto di aziende che operano e investono in zone di guerra, del ministero dell'interno nella gestione dei flussi migratori e dei campi della protezione civile dopo le
calamità naturali. Tutti questi contesti sono accomunati dal concetto di “emergenza” che si traduce praticamente nella militarizzazione delle dinamiche civili, resa possibile dall'infiltrazione dei militari nella società. 
Sta a te ora decidere se essere complice della macchina da guerra oppure farne a meno.
Se essere un granello che inceppa la macchina bellica o un suo ingranaggio. 

FUORI L'ESERCITO DALL'UNIVERSITÀ!
NO ALL'UNIVERSITÀ DELLA GUERRA!

 
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