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pace e guerra

sono di essenza diversa.
La loro pace e la loro guerra
son come vento e tempesta.
La guerra cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre.
Ha in faccia
i suoi lineamenti orridi.
La loro guerra uccide
quel che alla loro pace
è sopravvissuto.

B. Brecht

 

 
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Notizie dal Mondo
Spese militari nella UE PDF Stampa E-mail

Spese militari. “Nuova priorità” dell’Europa


L’elaborazione del bilancio del dopo 2020 è ormai all’ordine del giorno e la discussione sulla proposta presentata dalla Commissione Europea all’inizio del mese mette in evidenza le numerose contraddizioni esistenti tra i paesi membri.
Apparentemente, fino ad oggi, solo la Germania non ha avanzato critiche alla proposta. A ciò non è estraneo il fatto che sia stato Gunther Oettinger, commissario tedesco, l’ “artefice” del bilancio, come ha riconosciuto lo stesso Jean-Claude Juncker.
Oettinger, noto per avere difeso una sorta di umiliazione dei paesi della periferia, suggerendo che le bandiere del Portogallo e di altri paesi sanzionati dalla troika venissero esposte a mezz’asta nelle istituzioni dell’UE, sta impegnandosi nella difesa della sua proposta, usando un vecchio argomento: se la proposta è criticata da ogni parte per ragioni opposte, allora vuol dire che contiene qualche virtù ed è equilibrata.
Il tempo dirà quanto adeguato alla realtà si rivelerà il pragmatismo tedesco. Poichè la realtà ha già dimostrato come in altre occasioni, con relativa facilità, divergenze inscenate a beneficio delle “opinioni pubbliche” nazionali siano svaporate nel “possibile compromesso”, giustificato da tutti con gli innegabili guadagni negoziali che, si sostiene, avrebbero provocato l’affievolimento dei preannunciati contrasti.
Da Lisbona a Berlino, da Stoccolma a Budapest e da Vienna ad Atene è certo il consenso sulle “nuove priorità” dell’UE: devono essere finanziate la “difesa”, la “sicurezza” all’interno e oltre le frontiere, la propaganda in merito alla necessità di combattere il “populismo” e l’ “innovazione”.
Il “Fondo Europeo di Difesa”, destinato a finanziare il complesso militare-industriale delle principali potenze, aumenterà 22 volte. L’agenzia dell’UE responsabile per il controllo di polizia delle frontiere (Frontex) potrà ricevere fino a 25 miliardi di euro di bilancio, più che raddoppiando il personale, che potrà raggiungere i 5.000 effettivi. I programmi di mobilità giovanile saranno rafforzati, coinvolgendo i più giovani e assolvendo così a un duplice scopo: mantenere i giovani al riparo dal virus del “populismo” (leggi: le critiche all’UE) e organizzare meglio e più tempestivamente i flussi della forza lavoro su scala europea, in accordo con le esigenze del capitale e le sue necessità di manodopera.
Moedas, il commissario portoghese, elevato a stella dell’euro-firmamento dai commentatori nazionali – “non è forse l’uomo che, in un contesto di penuria generale, è riuscito ad aumentare il budget per la scienza?!” – esulta per il rafforzamento del “suo” Programma Quadro di Ricerca, “Europa Horizon”. Cento miliardi di euro per la “sylicon valley” europea. Un programma generoso per le industrie di punta delle potenze europee (compresa quella delle multinazionali), meno per la scienza di paesi come il Portogallo, che tra il 2007 e il 2013 è stato contribuente netto del Programma, cioè ha pagato più di quello che ha ricevuto.
La fattura di queste “nuove priorità” sarà fondamentalmente pagata dai paesi “della coesione”. Gli stessi che già oggi sopportano gli effetti asimmetrici del mercato unico, delle politiche comuni e della moneta unica.
Juncker parla della necessità che le “vecchie politiche” lascino il posto a “nuovi obiettivi”. In fondo, è tutto vecchio.

  • eurodeputato del Partito Comunista Portoghese, tradotto e ripreso da Marx XXI
 
Attacco alla Siria PDF Stampa E-mail

Attacco Usa alla Siria, ma col freno tirato


Hanno evitato per scaramanzia il venerdì 13 – che nella tradizione anglosassone è il vertice della jella – ma appena passata la mezzanotte Usa, Francia e Gran Bretagna sono partiti all’attacco della Siria.

Come Contropiano aveva anticipato già ieri, i segnali di un incremento anomalo delle attività radar del Muos di Niscemi rivelava che l’attacco era ormai questione di ore.

Il via era stato dato dallo stesso Trump in diretta tv, alle 21 di ieri sera (le 3 in Italia), limitando però fortemente la portata dell’attacco rispetto alle sue stesse dichiarazioni della vigilia: “Il nostro obiettivo è distruggere le capacità di lanciare armi chimiche del regime siriano… andremo avanti il tempo necessario per distruggere le loro capacità”.

Una conferma indiretta di questa “autocensura” è arrivata da Damasco: “sono stati lanciati circa 30 missili, un terzo dei quali sono stati abbattuti”. Secondo fonti ufficiali russe, invece, si è trattato di 103 missili da crociera e aria-terra su obiettivi militari e civili in Siria. Il ministero della Difesa russo, però, aggiunge che 71 di questi missili missili è stato “intercettato e abbattuto” dai sistemi di difesa siriani.

I russi sono stati avvertiti in anticipo e gli attacchi hanno evitato con molta cura anche solo di sfiorare truppe o installazioni con personale russo. Anche qui la conferma arriva da Mosca: “nessuno dei missili degli Usa e dei suoi alleati è entrato all’interno delle aree anti-aeree russe”. Come del resto aveva dichiarato nella notte il segretario di Stato, Mattis, spiegando che i bersagli “sono stati specificatamente individuati per evitare di colpire presidi con forze russe in Siria”.

La giustificazione, ampia e ossessiva, è sempre la solita: bisognava “punire Assad per l’uso di armi chimiche”, anche se il personale Onu presente in Siria avesse ripetutamente smentito di aver rilevato tracce di armamenti chimici nell’area di Douma, dove – secondo la propaganda di Washington, Parigi e Londra – si sarebbe svolto quell’attacco.

Se non seguiranno nella prossima notte altri bombardamenti verrebbe insomma confermata la prima impressione: Trump e gli altri stati servi (sottolineiamo che l’attacco non ha coinvolto la Nato, anche per l’esplicita contrarietà della Germania e di altri paesi) hanno pensato di poter uscire dal cul de sac in cui si erano infilati da soli sferrando un attacco poco più che simbolico.

In una situazione sul campo molto complicata (la Siria “ospita” in questo momento truppe iraniane, russe, turche e statunitensi) il rischio che un’operazione più massiccia coinvolgesse soprattutto truppe di Mosca era fortissimo. E già nei giorni scorsi i russi avevano avvertito che in caso di proprie perdite avrebbero reagito colpendo “le basi di lancio dei missili”: ossia le navi statunitensi, inglesi e francesi al largo della costa siriana o del Libano. Avvertimento a cui, nelle ultime ore, si è aggiunto il monito dell’ambasciatore russo a Washington, Anatoly Antonov: “Le azioni degli Usa e dei loro alleati in Siria non rimarranno senza conseguenze”.

Un’eventualità del genere – non serve un von Clausevitz per capirlo – avrebbe comportato il rischio di avviare una “guerra simmetrica”, ossia tra forze militari qualitativamente equivalenti (anche se l’armamento americano è quantitativamente superiore).

Ricordiamo a tutti i non addetti ai lavori che le guerre statunitensi degli ultimi 30 anni (dalla caduta del Muro in poi) sono state “guerre asimmetriche”, ossia aggressioni unilaterali di una potenza che disponeva di armamento nucleare, marina, aviazione, forze di terra corazzate e non, ecc, contro paesi che invece potevano disporre soltanto di armamenti convenzionali e in quantità limitate (Jugoslavia, Iraq, Somalia, Libia).

Una “guerra simmetrica”, insomma, tra potenze nucleari dà come sempre un solo risultato certo: la mutua distruzione assicurata.

E’ la constatazione che ha preservato il mondo dalla terza guerra mondiale al 1945 ad oggi. E forse, al Pentagono, qualcuno si è rifatto rapidamente due conti, premendo infine delicatamente il pedale del freno

 
Isis in Afghanistan PDF Stampa E-mail

Afghanistan, nuovi attentati per la supremazia jihadista


I taliban nelle province di Helmand e Farah, l’Isis afghano a Kabul. Dopo neppure un mese riprende la sfida a distanza fra i due gruppi che si contendono la supremazia jihadista nel Paese. E dunque un commando talib ha attaccato stamane una base militare a Humvee e successivamente ha fatto esplodere un’autobomba presso il fortino dell’Intelligence locale a Lashkar Gah, una delle città fortemente insidiate dal contropotere territoriale talebano.

Altro agguato dei turbanti a Bala Boluk, ed è il più sanguinoso. Solo qui si contano diciotto morti, tutti militari di guardia al check point preso di mira dalla guerriglia. In totale le vittime accertate della mattinata s’aggirano sulle doppia dozzina, comprese le tre o quattro vittime civili registrate nella capitale. Lì nei pressi della zona verde, area diplomatica centrale e teoricamente controllatissima, un attentatore suicida s’è fatto esplodere coinvolgendo alcuni passanti. Era stato notato dai militari di vedetta per l’insolito abbigliamento: portava al collo una cravatta che lo stesso personale diplomatico sul territorio omette. All’intimare delle guardie di farsi riconoscere, l’uomo azionava l’ordigno che indossava sotto la giacca. Deflagrazione e sangue a fiotti. Secondo un copione consolidatissimo si registrano anche diversi feriti, due in condizioni critiche.

L’attacco a Kabul, rivendicato dall’Isis, pur non riuscendo a colpire direttamente il quartier generale della Nato e l’ambasciata statunitense, sembrerebbe diretto simbolicamente proprio a essi, visto che nel corso del mese di fuoco (28 dicembre 2017-27 gennaio 2018) l’amministrazione Trump aveva annunciato di attuare l’incremento di militari statunitensi, sebbene il numero resti circoscritto alle 3.000 unità proposte.

Il governo locale ha lanciato solo laconici comunicati sui nuovi luttuosi eventi che vedono le forze di sicurezza incapaci non solo di prevenirli, ma spesso di gestire l’emergenza sulla linea di fuoco. Mostrando, d’altro canto, una pseudo normalità grande enfasi in questi giorni viene data all’avvìo dei lavori sul territorio afghano del famoso gasdotto denominato TAPI, acronimo ripreso dalle nazioni attraversate dall’opera (Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan, India). Cosicché nella provincia di Herat, delegazioni provenienti da varie località sono intervenute alla cerimonia d’inaugurazione, vestendo costumi tradizionali e inscenando intermezzi musicali e danzanti. Secondo dichiarazioni raccolte da Tolo-tv il governatore, un rappresentante del comitato della cittadinanza, un esponente tribale hanno parlato di sviluppo e miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro grazie a quest’opera.

C’è un piccolo particolare. Il gasdotto, già nei piani statunitensi ai tempi delle presidenze Clinton che vedeva (e vede assieme alla saudita Delta Oil) la Unocal al vertice dell’impresa, attraversa per quasi 800 km il territorio afghano lungo le province di Herat, Kandahar, Helmand. Le ultime due se non ufficialmente a guida talebana poco ci manca. Dunque i talebani nel bene e nel male, rappresentato da sabotaggi d’ogni tipo, sono un soggetto con cui le imprese costruttrici devono fare i conti. Per anni, lo stesso conflitto e la via dell’oppio l’hanno insegnato come il business pur di procedere paga qualsiasi prezzo, perciò l’accordo è e dovrebbe essere possibile almeno con l’interlocutore talebano, interessato alle sorti del territorio e dello stato afghano addirittura con mire di governo.

Ora, però, è spuntato un terzo incomodo: l’Isis locale, che sia nelle figure della diaspora talib, sia nelle nuove leve dell’Islamic State Khorasan Province, sembra disinteressato ai patteggiamenti e potrebbe seguire direttive differenti. Insomma la partita dell’acclamato investimento del TAPI – che rispetto alle altre nazioni coinvolte porta all’Afghanistan una quota ridotta sia di consumi di metano (4 milioni di metri cubi giornalieri dagli iniziali 14), sia d’introiti per l’attraversamento – non è affatto scontata sul fronte della sicurezza. E gli obiettivi simbolici che i jihadisti d’ogni fronte continuano a colpire, potranno rivolgere il mirino anche sull’investimento del gas, quale ennesimo tassello d’instabilità duratura.

 
Afghanistan 2017: i conti con lamorte PDF Stampa E-mail

Afghanistan 2017: i conti con la morte


L’ultimo rapporto Unama (la struttura delle Nazioni Unite che si occupa di Afghanistan) per l’anno che si è chiuso mostra una nota leggermente confortante: ci sono meno vittime civili rispetto al 2016 e a quella tendenza in costante crescita dal 2009. Otto anni nei quali si sono contati 28.291 morti e 52.366 feriti. Solo il 2012 era parso come un momento di flessione degli attacchi e delle vittime, poi i lutti sono progressivamente risaliti. Ecco le cifre del 2017: 10.453 colpiti in vario modo (3.438 morti, 7.015 feriti) con una diminuzione del 9%. Le donne bersagliate sono 1.224 (359 vittime, 865 ferite) con un incremento dell’1%, mentre i bambini finiti nel mirino sono stati 3.179 (861 morti, 2.318 feriti) con una flessione del 10% rispetto al 2016. Descritte anche la modalità degli assalti. Gli scontri di terra hanno prodotto 823 morti,  2.661 feriti, una diminuzione del 19%; quindi attacchi suicidi: 605 morti, 1.690 feriti, incremento del 17%; Ieds: 624 morti, 1.232 feriti, diminuzione del 14%; uccisioni mirate: 650 morti, 382 feriti, diminuzione dell’8%; esplosione di residuati bellici: 164 morti  475 feriti, flessione del 12%; operazioni Usa: 295 morti, 336 feriti  incremento del 7% sempre rispetto al 2016.

Gli autori delle carneficine. I Talebani hanno fatto 1.574 vittime, 1.574 feriti, diminuzione del 12%; Islamic State Khorasan Province: 399 morti, 601 feriti, incremento dell’11%; non identificati: 330 morti, 1.059 feritiAfghanistan National Security Forces: 529 vittime, 1.164 feritigruppi pro-governativi: nessun dato di uccisione, 26 feriti; truppe Nato: 147 vittime, 99 feriti; attacchi non identificati: 43 morti, 34 feriti. Nel macabro elenco vengono fornite anche note sul decremento di civili uccisi indirettamente da armi pesanti (mortai, granate, missili), tale flessione è più significativa nelle province di Helmand, Baghlan, Kandahar, Kunduz, Uruzgan. La diminuzione di morti civili causate da Ieds sta a indicare una diversa tattica della guerriglia che punta a colpire direttamente i propri obiettivi, sebbene gli assalti portati nei centri urbani col sistema delle auto-bomba e dei kamikaze producano egualmente molte vittime civili. Nelle aree rurali l’uso di Ieds è rivolto alle perlustrazioni dell’esercito governativo, ma ovviamente gli ordigni possono stroncare le vite di qualsiasi passante, compresi gli abitanti dei villaggi.

Invece crescono gli attentati suicidi nei luoghi simbolo.  Kabul è un esempio eclatante: nel 2017 ha subìto 1.612 attacchi (440 vittime e 1.172 feriti) il 17% in più dell’anno precedente e raccoglie il 70% di tutti i civili colpiti con questo genere di aggressioni. L’attentato del 31 maggio 2017 (92 vittime, 491 feriti) ha fatto segnare più d’un terzo di tutti i civili colpiti in città durante l’anno. Inoltre c’è un incremento di esplosioni nei luoghi di culto. Soprattutto le moschee sciite che nel 2017 hanno contato trentotto attentati con 202 morti e 297 feriti. In flessione il numero di civili uccisi con attacchi aerei. Tali decessi risultano provocati più da operazioni gestite dall’aviazione afghana, negli ultimi tempi incentivata dagli Stati Uniti per l’ottenimento d’un controllo territoriale seppure dall’alto, che da azioni dell’US Air Force. Quest’ultima attualmente agirebbe solo in alcuni distretti delle province di Kunduz, Helmand, Nangrahar. Ma c’è poco da gioire. Il nuovo anno s’è aperto all’insegna della corsa a chi semina più morte e terrore fra talib e miliziani dello Stato Islamico: una sequela di attentati nella stessa capitale e in altre città che già opziona tristi primati futuri.

articolo pubblicato su    http://enricocampofreda.blogspot.it

 
Soldati italiani in Niger PDF Stampa E-mail

L’Italia manda i soldati in Niger. Ma il Niger non è d’accordo


Il governo del Niger ha fatto sapere di non essere stato informato ufficialmente dall’Italia riguardo la prossima missione militare nel paese africano.  Il governo nigerino avrebbe appreso la notizia del dispiegamento del contingente italiano da un lancio dell’agenzia di stampa Afp.

Secondo quanto riferisce l’emittente Radio France Internationale, che cita le dichiarazioni di diverse fonti anonime interne al governo di Niamey, le autorità del paese africano hanno già informato il governo italiano di non essere d’accordo con tale missione. “Non siamo stati consultati né informati”, ha detto una fonte del governo nigerino a Radio France Internationale, “siamo rimasti sorpresi”. “Abbiamo detto agli italiani attraverso il nostro ministro degli esteri che non siamo d’accordo”, ha aggiunto un’altra fonte dell’amministrazione di Niamey.

Angelino Alfano, il ministro degli Esteri italiano, ha visitato il Niger dal 3 al 5 gennaio di quest’anno, incontrando il suo omologo nigerino, Ibrahim Yacouba, e il presidente del paese, Mahamadou Issoufou, in occasione dell’inaugurazione della prima ambasciata d’Italia nel paese africano.

Secondo il governo italiano, l’invio di soldati in Niger serve a “rafforzare le misure di sicurezza sul territorio, i confini del paese africano e a sostenere le forze di polizia locale”.  E’ possibile che Alfano non si sia fatto capire dalle autorità del Niger, ma è anche possibile che l’Italia abbia pensato di poter saltare qualche passaggio obbligato nella catena di comando nella regione centro-africana, tradotto in soldoni: prendere ordini dalla Francia, “l’azionista di maggioranza” in quel teatro di crisi.

 
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