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pace e guerra

sono di essenza diversa.
La loro pace e la loro guerra
son come vento e tempesta.
La guerra cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre.
Ha in faccia
i suoi lineamenti orridi.
La loro guerra uccide
quel che alla loro pace
è sopravvissuto.

B. Brecht

 

 
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Notizie dal Mondo
Palestina in rivolta PDF Stampa E-mail

Il giorno della rabbia dei palestinesi per Gerusalemme. Durissimi scontri, decine di feriti



E’ un bilancio destinato a salire quello dei dimostranti palestinesi feriti negli scontri di oggi con reparti militari israeliani in Cisgiordania, a Gerusalemme est e lungo la linea di demarcazione con Gaza. Fonti mediche palestinesi rivelando che finora si ha notizia di 114 palestinesi che hanno necessitato soccorsi medici perché feriti da armi da fuoco, o intossicati da gas lacrimogeni o contusi da proiettili rivestiti di gomma.

Scontri sono stati segnalati a sud di Ramallah, dove i soldati israeliani hanno disperso i palestinesi con gas lacrimogeni e idranti; a Betlemme e nella Striscia di Gaza, dove decine di palestinesi si sono radunati vicino alla barriera con Israele e hanno lanciato sassi contro i soldati. A Gaza tre palestinesi sono rimasti feriti, uno dei quali in modo grave.

Le autorità e le organizzazioni palestinesi hanno proclamato per oggi lo sciopero generale in Cisgiordania, a Gerusalemme est e a Gaza per protesta contro le decisione del presidente Usa Donald Trump su Gerusalemme. Lo riporta l’agenzia Wafa che segnala uffici, negozi e scuole chiusi in molte città palestinesi. Già ieri notte, secondo la stessa fonte, ci sono state manifestazioni spontanee di protesta a Gerusalemme, Ramallah, Betlemme e anche nella Striscia di Gaza.

“Facciamo appello per una nuova Intifada contro l’occupazione e contro il nemico sionista, ed agiamo di conseguenza”: lo ha affermato il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, in un discorso pronunciato dalla propria abitazione a Gaza e trasmesso dall’emittente di Hamas ‘al-Aqsa tv’, mentre nelle strade della città si notano numerose manifestazioni di protesta contro gli Stati Uniti. “Il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele è una dichiarazione di guerra nei nostri confronti”, ha aggiunto.
Il portavoce militare israeliano riferisce che “In seguito ad un esame della situazione da parte dello Stato maggiore, è stato deciso che un certo numero di battaglioni saranno inviati come rinforzo in Giudea-Samaria (Cisgiordania)”. Le forze armate hanno messo in stato di allerta anche altre unità, ha aggiunto, “per far fronte a possibili sviluppi” legati alle proteste palestinesi per il riconoscimento Usa di Gerusalemme come capitale di Israele.

Due razzi sono stati lanciati da Gaza verso Israele. Nelle zone israeliane attorno alla Striscia poco prima erano risuonate le sirene di allarme e i coloni israeliani sonodovuti correre nei rifugi.

Tra le reazioni più dure nel mondo arabo, si segnala quella del leader di Hezbollah, Seyed Hassan Nasrallah,che  ha annunciato questa sera una “immensa manifestazione popolare” che si terra’ lunedi’ nei quartieri meridionali di Beirut, feudo del Partito di Dio filo-iraniano, contro la decisione del presidente americano Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Nasrallah, che parlava in un discorso televisivo, ha definito quella di Trump una “aggressione degli Usa” e “una seconda dichiarazione Balfour”, con riferimento a quella con cui il ministro degli Esteri britannico Arthur Balfour nel 1917 dichiaro’ che gli ebrei avevano diritto ad una “casa nazionale” (national home) in Palestina, a quel tempo abitata da una maggioranza musulmana.

 
L'esrcito siriano all'attacco contro Al Qaeda PDF Stampa E-mail

Nonostante l’attacco israeliano, l’esercito siriano ha ripreso l’offensiva contro i terroristi sul Golan



Dopo l’ennesimo attacco di Israele, ieri notte, le truppe siriane hanno risposto riprendendo immediatamente l’offensiva contro i gruppi legati al Qaeda ad ovest di Damasco.

L’esercito arabo siriano, come ha riferito il portale di notizie ‘Al Masdar News‘, ha lanciato un attacco potente nella zona occidentale di Ghedda, a Damasco, ieri sera, prendendo di mira l’enclave di Beit Jinn che è controllata dal gruppo terrorista,  Hay’at Tahrir Al-Sham, legato ad al Qaeda.

Sostenuto dalla VII Divisione corazzata e da Liwaa Suqour Al-Quneitra, la 42a brigata della 4a divisione dell’esercito siriano ha preso d’assalto le postazioni di Hay’at Tahrir Al-Sham nella città di Mughar Al-Mir dalle colline di Taloul Barda’yah recentemente liberate.

Secondo un rapporto militare, l’esercito siriano sta avanzando su diversi assi nell’enclave di Beit Jinn con l’obiettivo di prendere il controllo di Mughar Al-Mir.

L’attacco dell’esercito siriano a Beit Jinn è arrivato pochi minuti dopo che l’esercito israeliano ha sparato diversi missili verso il deposito di munizioni della 1a divisione nella parte occidentale di Damasco.

 Questo articolo compare in contemporanea su Contropiano e L’Antidiplomatico.

 
Gli Usa evocano la guerra contro la Corea del Nord PDF Stampa E-mail

Gli Stati Uniti evocano la guerra contro la Corea del Nord, ma chiedono alla Cina di fare il “lavoro sporco”



Se l’ambasciatore degli Usa all’Onu afferma che “Ora la guerra è più vicina”, diventa impossibile – e letale – sottovalutare il clima che si va determinando nelle relazioni internazionali. Sono parole pesanti quelle pronunciate dall’ambasciatrice americana all’OnuNikki Haley, durante il consiglio di sicurezza convocato d’urgenza sulle tensioni nucleari con la Corea del Nord. Fanno meno effetto gli insulti di Trump verso Kim Jon Un, una guerra delle parole non produce morti e distruzione, rende ridicoli solo gli autori.

Negli Usa al momento sono allo studio nuove sanzioni finanziarie, mentre il Pentagono valuta l’ipotesi di un blocco navale intorno alle coste della Corea del Nord (di fatto un atto di guerra). In realtà sono in molti a volere – e a sperare – che sia la Cina a fare il “lavoro sporco” contro la Corea del Nord per conti della cosiddetta comunità internazionale (che in questo caso coincide solo con Usa e Giappone).

Dagli Usa è partito l’ennesimo appello rivolto soprattutto a Pechino per “tagliare tutti i rapporti con Pyongyang”, per isolare ulteriormente la Corea del Nord: dai rapporti diplomatici, alla cooperazione militare, scientifica e commerciale, passando per lo stop a tutte le importazioni ed esportazioni. “Alcuni paesi invece continuano ancora a finanziare il programma nucleare nordcoreano” ha tuonato l’ambasciatrice statunitense all’Onu. il presidente Usa Donald Trump ha discusso la situazione con il presidente cinese Xi Jinpinginvitandolo a “tagliare le forniture di petrolio” verso Pyongyang, una decisione che metterebbe in ginocchio l’economia del Paese.”Sarebbe un passo decisivo negli sforzi mondiali per fermare questo reietto internazionale”. Contestualmente l’ambasciatrice statunitense all’Onu, Nikky Haley ha minacciato anche che se Pechino non dovesse agire per interrompere le forniture gli Stati Uniti “potrebbero prendere la situazione del greggio nelle proprie mani”.

I dati rilevati da Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud confermano che il missile lanciato martedi è il più potente mai testato da Pyongyang. Il ministro della Difesa giapponese, Itsunori Onodera, ha riferito che il missile si è suddiviso in più parti durante la fase terminale del suo volo, e non è dunque da escludere che Pyongyang abbia testato un vettore a testate multiple indipendenti capace di raggiungere la costa orientale degli Stati Uniti. Uno scenario da incubo imprevisto e imprevedibile fino a pochi mesi fa per la potenza occidentale che ha fatto della supremazia militare l’ultimo e unico assets da giocare nella ridefinizione – a loro svantaggio – delle relazioni internazionali nel loro complesso.

 
Gli USA minacciano guerra alla Siria PDF Stampa E-mail

Gli Stati Uniti minacciano guerra alla Siria



Washington mette sul tavolo un nuovo attacco al governo siriano. Lo fa, come in passato, brandendo il presunto uso di armi chimiche, anzi, l’intenzione (anche questa presunta, atto del tutto nuovo anche per gli Usa) a usarle: ieri il Pentagono ha detto di aver «identificato potenziali attività preparatorie per un altro attacco a base di gas da parte del regime di Assad». La Casa bianca ha completato la minaccia: Assad «pagherà un prezzo alto».

Nessun dettaglio, solo indiscrezioni sulla Cbs: fonti anonime Usa parlano di «attività sospette» in un bunker della base di Shayrat (colpita il 6 aprile a sorpresa dal presidente Trump) e di conversazioni interne siriane che però potrebbero riferirsi a «ispezioni» della base ormai semi distrutta, e non a ricette per sfornare gas.

Due mesi e mezzo fa i 59 missili Tomahawk furono giustificati come reazione ad un presunto attacco chimico governativo nel villaggio di Khan Sheikhoun. Di quell’attacco prove non ne furono portate e mai si aprì un’inchiesta indipendente: inizialmente bloccata dal veto della Russia in Consiglio di Sicurezza, fu poi richiesta da Mosca su basi diverse. Ovvero l’ispezione sia della base da cui sarebbe partito l’attacco che del luogo del raid.

Vista l’oggettiva difficoltà a comprendere quale logica muoverebbe Damasco verso l’uso di armi chimiche, dopo l’accordo del 2013 con l’Onu e la consapevolezza delle reazioni internazionali, chiaro è solo l’obiettivo di Trump: far salire la tensione bellica per indebolire l’asse avversario, guidato da russi e iraniani.

Non basta liberare Raqqa, il raggio va allargato alla capitale. Così a maggio scaramucce dal forte significato simbolico hanno investito la frontiera sud tra Siria e Iraq (raid Usa hanno colpito le milizie sciite pro-Assad) e la stessa provincia di Raqqa (l’aviazione Usa ha abbattuto un jet governativo).

La minaccia di ieri è tanto politica da aver sorpreso anche funzionari del Dipartimento della Difesa e il comando centrale Usa in Medio Oriente (dipendente dal Pentagono) che ieri si diceva all’oscuro della questione, non avendo ricevuto informazioni simili.

Mosca e Damasco hanno subito rigettato le accuse, definendo la minaccia «inaccettabile» e respingendo l’espressione «altro attacco chimico», utilizzata – dice la Russia – per far passare l’idea che ce ne sia stato uno in precedenza.

Sarà invece un’inchiesta interna statunitense ad indagare sulla strage compiuta ieri dalla coalizione a Mayadeen, città 45 km a sud di Deir Ezzor (roccaforte Isis), lungo le sponde dell’Eufrate: circa 60 persone sono morte nel bombardamento di una prigione dell’Isis. All’interno, dunque, non stavano miliziani islamisti – se non alcuni secondini – ma detenuti di Daesh, civili. Secondo fonti locali, almeno 42 prigionieri sono stati uccisi, insieme a 15 jihadisti.

Il Pentagono smentisce a metà: credevamo – ha detto il portavoce della coalizione, Joe Scrocca – che si trattasse di centri di comando dell’Isis. E, ha aggiunto, l’operazione è stata «meticolosamente preparata per ridurre il rischio di danni collaterali e potenziali danni a civili».

Eppure la prigione era nota ai locali e alle forze sul campo come carcere per non combattenti, per civili arrestati dallo Stato Islamico. Morti che si aggiungono al drammatico bilancio dell’ong Airwars, in drastico aumento tra Siria e Iraq da quando Trump è alla Casa bianca: 1.223 a giugno, 1.326 a maggio, 1.205 ad aprile, ben 1.805 a marzo e 465 a gennaio.

Quattro, cinque volte i morti di Obama, numeri che svelano la fretta di archiviare vittorie contro lo Stato Islamico, a scapito di Mosca e Teheran.

  • da Nena-News.it
 
La battaglia di Raqqa PDF Stampa E-mail

Siria. E’ iniziata la battaglia di Raqqa. Bombardamento Usa uccide 21 civili



Le forze democratiche siriane (Sdf), l’alleanza curdo-araba sostenuta da Washington, hanno dato notizia dell’ingresso dei loro combattenti a Raqqa. Subito dopo c’è stato un altro annuncio, questa volta da parte della stessa alleanza dominata dalle Unità di Difesa del Popolo curdo (Ypg), che aveva fatto sapere di aver lanciato la “grande battaglia” per liberare Raqqa, ‘capitale’ nel Nord della Siria dello Stato Islamico.  “Le nostre forze sono entrate nella città di Raqqa dal distretto orientale di Al-Meshleb”, ha detto all’agenzia France Presse il comandante delle Sdf Rojda Felat.

Migliaia di civili stanno fuggendo dalla città di  fronte dell’avanzata delle Forze Democratiche Siriane per sottrarsi ai combattimenti ma soprattutto ai bombardamenti degli aerei Usa e della coalizione anti Daesh, che proprio ieri avevano causato 21 vittime tra i civili.“I civili stavano salendo su piccole imbarcazioni sulla riva Nord dell’Eufrate per fuggire dai quartieri meridionali di Raqqa”, ha detto Rami Abdel Rahman, riferendo anche di “diversi feriti in condizioni critiche”. Non tutti sono entusiasti dell’offensiva su Raqqa. Il primo ministro turco Binali Yildirim ha dichiarato infatti che Ankara reagirà immediatamente se l’offensiva lanciata dalle forze curdo-arabe sostenute dagli Stati Uniti rappresenterà una minaccia per la Turchia riporta il quotidiano turco Hurriyet.

Raqqa e l’omonima provincia si trovano in una posizione strategica. Qui si incoraciano infatti diverse arterie stradali a ridosso delle rive del grande fiume Eufrate. Raqqa si trova 160 chilometri a est dalla seconda città siriana, Aleppo, ma a soli 90 chilometri dal confine con la Turchia e a meno di 200 chilometri dal confine iracheno. La costruzione di una diga nei pressi della città di Tabqa, più a Ovest, ha permesso a Raqqa di acquistare un ruolo importante nell’economia del Paese con lo sviluppo del settore agricolo.

Raqqa è stata il primo capoluogo provinciale a cadere in mano dei ribelli anti Assad, tra cui gli jihadisti del Fronte al Nusra, affiliato ad al Qaida. All’inizio del 2014, però i miliziani di Al Nusra vennero cacciati dai “cugini” di Daesh che presero il pieno controllo della città.

 
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