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pace e guerra

sono di essenza diversa.
La loro pace e la loro guerra
son come vento e tempesta.
La guerra cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre.
Ha in faccia
i suoi lineamenti orridi.
La loro guerra uccide
quel che alla loro pace
è sopravvissuto.

B. Brecht

 

 
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Appelli
Sardegna contro occupazione militare PDF Stampa E-mail

A foras! Campeggio contro l’occupazione militare della Sardegna


aforas

 

La Sardegna è la regione più militarizzata in Europa, l’isola ospita servitù militari molto estese e diverse installazioni legate all’attività militare e all’economia di guerra oltre a essere interessata da esercitazioni militari e produzione di armi ormai da decenni. Quest’attività ha un impatto profondo sulle vite delle persone, sul loro diritto alla terra, sulla salute e l’ambiente. Le servitù militari occupano più di 35mila ettari, se consideriamo anche le servitù a mare la superficie totale è più grande di quella dell’isola intera, ci sono poligoni (Capo Frasca, Capo Teulada), un poligono per il test di nuove armi (Salto di Quirra), un aeroporto militare (Decimomannu), una fabbrica di bombe (Domusnovas) ecc.
Tuttavia, la lotta contro l’occupazione militare della Sardegna va avanti da altrettanto tempo, con momenti di grande forza e successo e altri meno.

Una nuova ondata di mobilitazioni è iniziata nel 2014, dopo una mobilitazione di massa conclusa dall’irruzione dentro la base militare del poligono di Capo Frasca, nel centro-ovest dell’isola. Questo episodio ha dato vita a una nuova fase delle lotte: sono nate assemblee e comitati, ci sono state chiamate per diverse azioni dirette, tra le quali quella che è riuscita a interrompere la Trident Juncture (un’importante esercitazione NATO) a Teulada, nel sud-ovest della Sardegna, nel novembre 2015.

Questi eventi hanno mostrato la necessità di portare e rafforzare l’organizzazione di un movimento radicato nei territori, decentrato e orizzontale che tenesse alto il livello di mobilitazione. Sono state organizzate tre assemblee generali (a Bauladu e Oristano, nel centro-ovest della Sardegna, in giugno del 2016, e a Lanusei, nel centro-est, nel luglio 2016), in seguito a un lungo tour di presentazioni e dibattiti in tutta l’isola.

Le assemblee hanno posto l’attenzione sulla necessità di approfondire una serie di temi, per migliorare e condividere la conoscenza dell’occupazione militare e delle possibili vie per liberarsene, e di organizzare collettivamente i prossimi passi della lotta. Questi incontri sono stati anche un’occasione per riunirsi in momenti di socializzazione e di messa in comune delle diverse esperienze, idee, pratiche provenienti dai diversi luoghi e dai percorsi dei partecipanti.

Il campeggio sarà un ulteriore passo per rafforzare le connessioni tra i diversi gruppi che lavorano su questi temi, per elaborare una conoscenza comune e condividere opinioni su diversi argomenti, oltre che per organizzare la prossima ondata di mobilitazioni a partire dai blocchi del prossimo autunno e le azioni dirette contro il complesso militare in Sardegna.

Ci sono sei argomenti principali che saranno discussi durante i workshops: (1) Contrastare la narrazione militarista nelle scuole elementari medie e superiori; (2) Economia, lavoro, salute, ambiente le ricadute sociali dell'occupazione militare; (3) La storia del movimento contro l'occupazione militare in Sardegna e gli scenari internazionali; (4) Le collaborazioni tra le università sarde e l'apparato militare; (5) la fabbrica di bombe di Domusnovas (RWM); (6) Comunicazione esterna arte e propaganda creare un immaginario per il movimento contro l'occupazione militare.

Il campeggio prevede anche molti momenti di socializzazione, tra i quali escursioni, proiezioni, concerti e dj set, oltre condividere responsabilità nell’organizzazione e nel funzionamento del campeggio. Questo, così come il rispetto reciproco e il lavorare assieme, è un aspetto altrettanto importante nella costruzione della nostra lotta comune.

 

Appello internazionale : https://aforascamp2016.noblogs.org/tzerriadas-internatzionalis-international-calls-nazioarteko-deiak-chiamate-internazionali-appels-internationaux-%D8%AF%D8%B9%D9%88%D8%A7%D8%AA-%D8%AF%D9%88%D9%84%D9%8A%D8%A9-llamadas-internaciona/

 

Mail:  Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

sito: aforascamp2016.noblogs.org
 

pagina fb: aforascamp2016

 
Sardegna, sit in contro la fabbrica di bombe PDF Stampa E-mail


Domusnovas 29 luglio, sit in contro la fabbrica di bombe


nobombe

VIVERE LIBERI DALLA NECESSITA’ DI FABBRICARE ARMI

STOP RWM

 

Lo stabilimento di Domusnovas, di proprietà della RWM s.p.a, settore della Rheinmetal Defense, ha un ruolo centrale nella produzione e vendita di armamenti e ordigni a paesi coinvolti in conflitti bellici in tutto il mondo.

–         40 milioni di euro il giro d’affari dell’export di armi e munizioni, bombe comprese, dalla Sardegna verso il resto del mondo nel 2015 (10 milioni in più rispetto al 2014)

–         4,6 milioni di euro in spedizioni di armi e munizioni partite dal sud Sardegna e dirette all’Arabia Saudita nel solo mese di marzo 2016 (dati Istat)

–         Oltre 6mila morti, di cui circa la metà tra la popolazione civile, oltre 20mila feriti e 685mila rifugiatidall’inizio del conflitto in Yemen (dati UNHC

 

CHI ASSISTE PASSIVAMENTE ALL’OFFESA DELLA NATURA UMANA NE È RESPONSABILE QUANTO IL DIRETTO ESECUTORE.

VENERDÌ 29 LUGLIO 2016 – ORE 5,30
SIT IN NEL PIAZZALE DI FRONTE ALLA FABBRICA RWM A DOMUSNOVAS

SALUTIAMO L’ALBA – FERMIAMO LE BOMBE

Campagna Stop Bombe RWM

 
Mobilitazione contro il vertice Nato a Varsavia PDF Stampa E-mail


Appello alla massima mobilitazione contro il Vertice NATO di Varsavia


nonato

La NATO è oggi la principale minaccia alla pace mondiale e la testa di ponte dell’imperialismo statunitense ed europeo e delle sue direttrici neo-liberiste.

Attraverso pressioni militari, politiche ed economiche, vere e proprie ingerenze nella politica dei Paesi interessati, questa alleanza militare esercita un imperium pervasivo e, come una macchina schiacciasassi, annulla, nelle diverse aree geopolitiche, la sovranità e l’autodeterminazione dei popoli.

La Nato ha trascinato il mondo in una guerra che, iniziata 25 anni fa con l’invasione dell’Iraq, non solo non si è più arrestata, ma si è progressivamente estesa a nuovi Paesi e ha precipitato l’umanità in una dimensione di guerra permanente. Dietro il paravento dell’esportazione della democrazia (quasi fosse una merce!), tramite “rivoluzioni colorate”, sanzioni economiche e aggressioni militari, la NATO ha annientato interi popoli, le loro economie, il loro patrimonio culturale, per estendere il mercato e la logica del profitto ovunque.

La Nato non è solo uno strumento politico – militare al servizio del capitale, ma anche una potentissima macchina di propaganda, capace di costruire immaginari collettivi, false coscienze e distorte percezioni della realtà, una lente diaframmante che deforma i fatti. Da Saddam fino a Putin, passando attraverso la destabilizzazione dell’intera area mediorientale, la strategia utilizzata è stata sempre la stessa: bombardamento mediatico e demonizzazione prima, aggressione politica e militare in seguito.

A 25 anni dall’inizio della “terza guerra mondiale” innescata dalla NATO, il bilancio è drammatico e costellato di evidenti emergenze. La distruzione di un’intera area che va dall’Iraq, alla Siria fino alla Libia, tramite operazioni militari dirette, guerre per procura, collusioni e relazioni ambigue con forze centrifughe e terroristiche che hanno conferito un carattere entropico ai conflitti; il rovesciamento del legittimo governo ucraino mediante un golpe orchestrato dalla CIA per mezzo di una violenta occupazione di piazza e guidata dai neonazisti, finalizzato all’integrazione del Paese nella sfera d’influenza NATO e a nuove opportunità di profitto: solo questi due esempi attestano come, al di là delle mistificazioni, la NATO, sotto le false vesti di esportatrice di democrazia, abbia di fatto alimentato forme di integralismo e di terrorismo e abbia riesumato, legittimandolo, il nazifascismo nella complice Europa. Si tratta di situazioni apparentemente distanti ma, in realtà, sono solo facce diverse della stessa medaglia: fascismi e integralismi islamici sono strumenti nelle mani di un capitalismo sempre più aggressivo. Il caso Erdogan, solido alleato NATO in Medio Oriente, ne è un esempio emblematico.

L’Italia, in questi scenari, ha occupato e occupa un ruolo sempre più di primo piano al servizio dell’Alleanza atlantica, asservendo il proprio territorio alle esigenze militari e logistiche della NATO: le servitù militari sarde e il MUOS sono solo i casi più eclatanti, in un contesto che conta 120 basi militari USA dichiarate e molte altre segrete.

Il COORDINAMENTO UCRAINA ANTIFASCISTA, in previsione del Vertice NATO dell ’8 e 9 luglio che, provocatoriamente, si terrà a Varsavia (a distanza di 19 anni da quell’ 8 luglio 1997, data dell’ invito ufficiale della Nato ad aderire all’alleanza, rivolto a Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, in deroga all’accordo non scritto fra NATO e RUSSIA ), per riformulare strategie aggressive contro il popolo del Donbass, invita ALLA MASSIMA MOBILITAZIONE PER LA PACE E CONTRO LA NATO.

Coordinamento Ucraina Antifascista

 
In Sicilia riparte la protesta contro il Muos PDF Stampa E-mail

Niscemi. Riparte la protesta contro il Muos

nomuos

Dal CGA (Consiglio di giustizia amministrativa) è arrivata ieri (6 maggio) la sentenza definitiva pronunciata contro la sentenza del TAR del febbraio 2015, che accoglie l’istanza presentata dal Ministero della Difesa per sbloccare il MUOS, così come chiesto in sede legale dai movimenti e accolto dalla sentenza del TAR. Il nodo da sciogliere era rappresentato dalla mancanza di alcuni nulla osta e di un’adeguata valutazione dei rischi ambientali, da verificarsi ad impianto accesso al massimo della sua potenza e secondo parametri e protocolli condivisi, su cui invece si è discusso molto senza giungere a pareri condivisi e su cui si appuntava la sentenza del TAR. Il CGA adesso interviene a mettere un pietra sopra queste rilevazioni e a stabilire che il MUOS non è nocivo per la salute.

Tuttavia, fanno notare gli avvocati No Muos, rimane aperta la questione dell’edificabilità dell’impianto in una riserva naturale, su cui invece la sentenza non si è espressa e per la quale è in piedi il processo penale che inizierà il 20 maggio nel tribunale di Caltagirone, dove compariranno come testi anche i presidenti della Regione Sicilia, passati e presenti, Raffaele Lombaro e Rosario Crocetta.

Intanto oggi a Caltagirone (Catania) ci sarà un dibattito pubblico organizzata dalle “Mamme NoMuos” con il giornalista Antonio Mazzeo, gli avvocati e gli attivisti per discutere sugli ultimi sviluppi della vicenda giudiziaria e su come rilanciare la lotta.

Lotta che continua a Niscemi, che domenica 15 maggio alle 16:00, sarà sede di una importante manifestazione contro la militarizzazione del territorio siciliano e contro USA, NATO, UE e governo italiano.

*** *** ***

Manifestiamo contro il Muos
Per la smilitarizzazione della Sughereta e della Sicilia

15 MAGGIO – NISCEMI – ORE 16
partenza da piazza Vittorio Emanuele

Da anni il più potente esercito del mondo, in combutta con lo Stato italiano e con la complicità serva della Regione Siciliana, tenta di imporre l’ennesima opera militare a un territorio che la respinge in quanto strumento di guerra e di morte.

Da anni un movimento di attivisti, con la complicità solidale di un’intera popolazione, si oppone ad un eco-MUOStro che è elemento chiave di un ampio disegno guerrafondaio. E che comporta rischi concreti per la salute e per l’ambiente. Come se non bastasse, il Muos è anche illegale e abusivo.
Nonostante gli scettici e gli oppositori a parole, questa lotta è riuscita fino ad oggi a bloccare la messa in funzione del MUOS. Ha fatto inciampare la Marina USA e i governi italiano e regionale nella ragnatela di imbrogli che essi stessi hanno tessuto. Ricordiamo che il MUOS è sotto sequestro da oltre un anno. Per questi motivi il movimento NO MUOS è diventato un esempio di resistenza e incoraggia decine di movimenti in altre località.

C’è una grande fretta di sbloccare il MUOS, perché – a partire dal Mediterraneo e dal Medio Oriente – i conflitti per il controllo delle risorse del pianeta non possono aspettare. Per il governo USA e la NATO, per il governo italiano e l’UE, il MUOS e la guerra hanno la priorità sul benessere delle popolazioni, sui servizi sociali, sui diritti e le conquiste dei lavoratori, destinati ad essere vittime sacrificali della macchina succhia soldi militarista.

Per questo la mobilitazione non può e non vuole arrestarsi. E qualunque sia l’esito dei giudizi legali in corso, al CGA di Palermo o alla Procura di Caltagirone, noi non ci fermeremo. L’unico giudizio che per il movimento NO MUOS conta è quello popolare. L’unico fattore che può costringere l’esercito americano occupante Niscemi e la Sicilia a smobilitare, sarà la mobilitazione popolare permanente.
La ragione è dalla nostra parte. Presto lo sarà anche la vittoria.

Con questo appello invitiamo tutto il popolo NO MUOS, le realtà attive nelle lotte sociali e territoriali, le persone sensibili, a Niscemi il 15 maggio, per dare vita ad una grande Manifestazione No Muos.

La partenza è fissata per le ore 16 da piazza Vittorio Emanuele.

COORDINAMENTO REGIONALE DEI COMITATI NO MUOS

 
L'esercito siriano pronto ad attaccare Raqqa PDF Stampa E-mail


Siria. Pronta l’offensiva per liberare Raqqa, veto turco sui curdi


ypg

Dalla Siria continuano ad arrivare in queste ore notizie che parlano di un’evoluzione sostanziale del conflitto in alcune aree del paese dove sono concentrate le organizzazioni jihadiste che non rientrano nei termini del cessate il fuoco. Che sostanzialmente sembra tenere, concedendo respiro alle aree più densamente popolate stremate da circa 5 anni di intensi combattimenti e bombardamenti.

Secondo notizie riportate da Rami Abdel Rahmane, leader di un gruppo vicino alle opposizioni siriane ma basato a Londra – il cosiddetto “Osservatorio siriano per i diritti umani” – il portavoce del Fronte al Nusra, la branca locale di al Qaeda, suo figlio e una ventina di militanti jihadisti sarebbero stati uccisi nel corso di bombardamenti aerei realizzati nel nord est del paese. “Abu Firas al-Suri, il figlio e almeno 20 jihadisti di Al Nusra, di Jund al-Aqsa (gruppo vicino ad al Qaeda, ndr) e altri jihadisti provenienti dall’Uzbekistan sono stati uccisi in raid contro postazioni nella provincia di Idlib” ha riferito Abdel Rahmane, senza specificare se gli attacchi siano stati condotti dall’aviazione russa o siriana. Al Suri, nome di battaglia di Radwan Nammous, ha combattuto contro i sovietici in Afghanistan dove incontrò il leader di al Qaida, Osama bin Laden, e il suo mentore Abdullah Azzam, prima di tornare in Siria nel 2011. Secondo le informazioni diffuse da Londra – finora non confermate – i raid sarebbero stati lanciati quando “Al Suri era in riunione con altri jihadisti importanti nella roccaforte di Al Nusra, Kafar Jales, a Nord-Est di Idlib”.

Inoltre durante il fine settimana l’esercito siriano e i suoi alleati hanno riconquistato la maggior parte della strategica città di Al-Qaryatain, una delle roccaforti dello Stato islamico nella parte centrale della Siria.
Nei giorni scorsi invece una fossa comune contenente quarantadue corpi è stata rinvenuta nella periferia nord-orientale di Palmira. “L’esercito ha scoperto una fossa comune con i resti umani di 24 civili, tra cui tre bambini, e 18 militari”, ha precisato una fonte siriana, aggiungendo che le vittime sono state “decapitate o fucilate” dai jihadisti dello Stato Islamico che hanno occupato Palmira per dieci mesi. Gli stessi che, secondo un testimone, hanno giustiziato otto uomini nella loro roccaforte siriana Raqqa. Secondo il testimone, sentito dall’agenzia Ara, domenica i fondamentalisti avrebbero ucciso gli uomini, detenuti da un anno nelle loro prigioni, a colpi di pistola e poi ne avrebbero appeso i corpi ai pali della luce come monito alla popolazione sempre più insofferente. Tre degli uomini sarebbero stati ex membri di Daesh che avevano tentato la fuga, quattro erano accusati di aver violato la legge imposta dai jihadisti e un’altra persona era accusata di spionaggio.

Intanto le forze curde e quelle alleate, riunite nel coordinamento militare denominato ‘Forze Democratiche Siriane’, si apprestano ad attaccare Raqqa, considerata la “capitale” dell’Isis in Siria, per liberarla e infliggere così un colpo mortale allo Stato Islamico. Ad annunciarlo è stato il leader del Partito dell’Unione Democratica (PYD), forza curda gemellato con il Pkk e il cui braccio militare, le Unità di Difesa del Popolo (Ypg) hanno strappato molto terreno ai fondamentalisti dopo aver respinto l’assedio a Kobane. “Le Forze Democratiche sono preparate assieme alla coalizione per liberare Raqqa” ha dichiarato Saleh Muslim durante un incontro con alcuni giornalisti a Parigi. Muslim ha spiegato che le sue forze stanno cercando di prendere il controllo “del corridoio di 70 chilometri, che è l’unica via di accesso dei terroristi verso la Turchia”, nel nord della Siria e che, a detto del leader del PYD, va chiuso il prima possibile. Lo scorso mese, le forze curde ed i loro alleati hanno espugnato al Shadadi, città-bastione dell’Isis nella provincia nord-orientale di Hasake che garantiva ai jihadisti il collegamento con Mosul, loro roccaforte nel nord dell’Iraq.

L’operazione militare dovrebbe contare sul coinvolgimento di parecchie migliaia di combattenti e sulla copertura aerea dei caccia della coalizione a guida statunitense, e forse anche del supporto delle truppe russe rimaste nel paese mediorientale dopo il parziale ritiro ordinato da Putin alcune settimane fa. Nei giorni scorsi Oleg Syromolotov, viceministro russo degli Esteri, aveva informato che i responsabili militari russi e statunitensi stanno discutendo la possibilità di coordinare le operazioni allo scopo di liberare Raqqa. «I nostri ufficiali e la dirigenza del Pentagono stanno studiando gli aspetti concreti di questo coordinamento – ha spiegato Syromolotov – tenendo anche conto del ritiro di parte del nostro contingente». Il 13 marzo scorso, in un’intervista alla Ren Tv, il ministro degli Esteri di Mosca Sergej Lavrov aveva affermato: «Non infrango probabilmente alcun segreto se dico che gli americani ci hanno proposto di mettere in atto una “divisione del lavoro”: le forze aeree russe concentrate sulla liberazione di Palmira, mentre la coalizione americana avrebbe puntato sulla liberazione di Raqqa, con l’aiuto dei russi. Significa che gli Usa iniziano a delineare uno scenario, e che capiscono che non basta scambiarsi informazioni». Di questo Putin e Lavrov hanno discusso di persona con il segretario di Stato USA John Kerry a Mosca nel corso di un incontro. Il mese scorso anche John Brennan, il capo della Cia, è stato in visita a Mosca, per incontri nella sede dell’Fsb, i servizi di sicurezza russi.

La crescente collaborazione tra Mosca e Washington e il sostegno comune alle milizie curde, pronte ad attaccare Raqqa, stanno seriamente impensierendo il regime turco che si sente, a ragione, stretto in una morsa.
Indiscrezioni pubblicate dal quotidiano turco Hurriyet – nel mirino della repressione del regime – indicano che la Turchia ha posto due condizioni agli Stati Uniti per acconsentire a dare il proprio sostegno (comunque non fondamentale) all’operazione militare per la liberazione della regione siriana di Manbij, a nord di Aleppo, attualmente controllata dai jihadisti che Ankara continua a sostenere. Le ostiche trattative sarebbero avvenute nel corso del breve faccia a faccia tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il numero uno della Casa Bianca Barack Obama, e il vicepresidente Usa Joe Biden, durante la visita del capo di stato turco a Washington in occasione del summit sul nucleare. Gli Stati Uniti hanno insistentemente chiesto alla Turchia di sostenere la riconquista di Manbij, che si trova lungo i 98 chilometri di confine turco-siriano ma, stando a Hurriyet, Erdogan ha posto due condizioni: che le tribù locali arabo-siriane, che parteciperanno alle operazioni a Manbij, abbandonino le Forze democratiche siriane sotto il controllo dei curdi siriani; la Turchia ha anche chiesto agli Stati Uniti di aumentare il sostegno ai gruppi turcomanni ed arabi che Ankara rifornisce e appoggia a Marea, nella zona sudorientale del confine, con una campagna di bombardamenti aerei. 
Condizioni, soprattutto la prima, che difficilmente Washington potrà rispettare visto lo stretto legame, seppur strumentale, instaurato nell’ultimo anno con le Ypg; e visto anche che il sostegno turco alle operazioni contro i jihadisti al confine, se mai dovesse davvero scattare, mirerebbe all’aumento dell’influenza turca in Siria e non certo all’indebolimento dei gruppi fondamentalisti che Ankara considera la sua estensione. Il che non vuol dire che l’amministrazione Obama, tatticamente, possa decidere di venire incontro ad alcune delle richieste turche, come sembra emergere da alcune fonti del regime neo-ottomano. Secondo Hurriyet oggi ad Ankara sono giunti alcuni dirigenti dell’intelligence statunitense per discutere con i loro omologhi locali i particolari della faccenda. 

Nel frattempo anche le cosiddette opposizioni siriane manovrate più esplicitamente dall’Arabia Saudita, dalle altre petromonarchie e dalla stessa Turchia, quelle riunite nell’“Alto comando per i negoziati” (Hcn), lanciano dure accuse contro Washington, dicendosi preoccupate dell’ambiguità statunitense sulla sorte del presidente Assad ma rivelando così la loro debolezza di fronte all’avvicinamento tra Mosca e Washington. Secondo Bassma Kodmani, una dei portavoce delle opposizioni, “abbiamo a che fare con un’ambiguità americana che per noi è estremamente pregiudiziale. Non sappiamo cosa sono in procinto di discutere gli Stati uniti con Mosca, ci sono vari tipi di rumors. Ci aspettiamo di avere la conferma che gli Usa siano ancora sulla posizione di rifiutare la riabilitazione di Assad”. “L’amministrazione americana nel suo complesso – ha spiegato Kodmani nel corso di un’intervista ai media francesi RFI, TV5Monde e LeMonde – continua a ripetere che non potrà governare il Paese” ma “resta da dimostrare se gli Stati Uniti possono farsi ascoltare da Mosca” che “continua a pensare che Assad debba restare al potere”, in quel caso “non ci sarà una soluzione per la Siria”.

 
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