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pace e guerra

sono di essenza diversa.
La loro pace e la loro guerra
son come vento e tempesta.
La guerra cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre.
Ha in faccia
i suoi lineamenti orridi.
La loro guerra uccide
quel che alla loro pace
è sopravvissuto.

B. Brecht

 

 
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Manifestazione a Niscemi PDF Stampa E-mail

Niscemi. In migliaia assediano il Muos. “E' abusivo, nocivo, strumento di guerra"

Niscemi. In migliaia assediano il Muos. “E&#039; abusivo, nocivo, strumento di guerra"

Niscemi. Intorno alle 15.30 è partito il corteo contro il Muos. Insieme si parte, insieme si torna. Migliaia di persone nel corteo. Presenti delegazioni dei No Tav e dei No Dal Molin. Insieme a loro le combattive mamme No Muos. Compaiono anche alcuni sindaci con le fasce tricolori e gli emblemi No Muos.

Determinati e pacifici i manifestanti sfilano verso il cancello 1 della base USA. Oltre le reti lo schieramento di polizia è enorme. Inizia la battitura delle reti. I giornali cominciano a titolare (e ad ammettere il successo della manifestazione): “in migliaia” a Niscemi.

Intorno alle 16,45 la testa del corteo giunge davanti all’ingresso della base. Alle 17,30 si è formata una catena umana intorno al lunghissimo perimetro della base. I manifestanti gridano: Siete circondati! 

I No Muos intendono ricordare che il MUOS è abusivo e a chi ancora oggi su testate una volta autorevoli (vedi il Corriere della sera) si ostina a parlare di difesa nazionale consigliano di leggere questo documento sulla classificazione della base NRTF secondo gli accordi del 1995 e del 2006. La vera minaccia alla sicurezza nazionale è l’esistenza di un’ingombrante   installazione militare ad uso esclusivo di un Paese straniero (e per di più alleato) che non ripudia la guerra, ma che la pratica dal suolo italiano. E senza che l’Italia, non i No MUOS, con i suoi organi costituzionali vi si possa opporre.

Grazie per aver seguito la diretta, mentre è in corso l’accerchiamento con una catena umana intorno alla base. Una base ad USO USA (non Nato né a disposizione della Difesa Italiana)  estesa trenta volte di più della Base americana di Sigonella (1.660.000 metri quadrati contro 58.000) e con un perimetro di una quindicina di chilometri.

Qui di seguito la nota diffusa dai legali del movimento No Muos a commento del sequestro dell'impianto ordinato dalla procura di Caltagirone:

Il sequestro del MUOS richiesto dalla Procura e disposto dal GIP di Caltagirone, dà atto di quanto stabilito dal TAR di Palermo il 13 febbraio scorso, e cioè che si tratta di un’installazione priva di autorizzazioni e pertanto illegittima ed abusiva. Ma nonostante la sentenza, nei giorni successivi, la US Navy ha proseguito i lavori e utilizzato le parabole. L’associazione antimafie Rita Atria, che aveva già presentato in passato due denunce penali presso la Procura di Caltagirone per abusivismo e mancanza di autorizzazioni, all’indomani della sentenza del TAR ha depositato anche un’istanza di sequestro, che oggi finalmente vediamo realizzato attraverso l’apposizione dei sigilli. Tutta la vicenda del MUOS, sin dal suo inizio, è stata caratterizzata dall’arroganza e dalla prepotenza del governo degli Stati Uniti, supportato da quello italiano. Infatti, il rigetto delle richieste di sospensiva avanzate dal Ministero della Difesa da parte del TAR di Palermo nel luglio del 2013, avrebbe dovuto cautelarmente imporre alla US Navy di fermare i lavori nell’attesa che si definissero i procedimenti pendenti. Invece gli statunitensi hanno accelerato i lavori per completarli e porci davanti un fatto compiuto dal quale pensavano non si potesse più tornare indietro. Ma si sbagliavano, e il sequestro di oggi è l’ennesimo segnale che quell’installazione non può e non deve entrare in funzione. Avverso la sentenza del TAR il Ministero della Difesa italiano ha presentato appello, la cui udienza per la richiesta di sospensiva si terrà il prossimo 15 aprile presso il CGA di Palermo. Come legali del coordinamento dei comitati proseguiremo nella battaglia giudiziaria fino alla fine, a fianco di tutti gli attivisti e i comitati NO MUOS, per difendere il diritto di tutti a vivere in un posto libero da inquinamento, devastazione e guerre.

I legali del coordinamento dei comitati NO MUOS

 
Sequestrato impianto satellitare MUOS PDF Stampa E-mail

Procura ordina il sequestro del Muos. Americani isterici, sabato manifestazione nazionale

Procura ordina il sequestro del Muos. Americani isterici, sabato manifestazione nazionale

Con una decisione che ha reso isterici i comandi militari statunitensi (e anche il governo italiano) la Procura della Repubblica di Caltagirone ha disposto in queste ore il sequestro dell’impianto satellitare MUOS installato all’interno della base militare della Us Navy a Niscemi. Il decreto è stato emesso a seguito della sentenza del Tar di Palermo del 13 febbraio scorso, che ha accolto i ricorsi presentati dal Movimento No MUOS (avverso alla cosiddetta “revoca della revoca”), ed ha annullato il provvedimento del Dirigente Generale del Dipartimento dell’Ambiente dell’Assessorato del Territorio e dell’Ambiente della Regione Siciliana del 24 luglio 2013.

La Procura di caltagirone era già intervenuta con una istanza il 5 ottobre 2012 e aveva fatto mettere i sigilli al cantiere del MUOS di Niscemi, ipotizzando reati ambientali. Il decreto di sequestro era stato poi annullato il 28 ottobre dalla quinta sezione del Tribunale della Libertà di Catania, che aveva accolto la richiesta dell’Avvocatura dello Stato e ordinato di togliere i sigilli al cantiere e di restituire l’impianto al Ministero della Difesa.

Con questa notizia a rafforzare la battaglia vanno avanti i preparativi per la manifestazione nazionale No Muos convocato per sabato 4 aprile.

Qui di seguito una nota diffusa dai legali del movimento No Muos

Il sequestro del MUOS richiesto dalla Procura e disposto dal GIP di Caltagirone, dà atto di quanto stabilito dal TAR di Palermo il 13 febbraio scorso, e cioè che si tratta di un’installazione priva di autorizzazioni e pertanto illegittima ed abusiva. Ma nonostante la sentenza, nei giorni successivi, la US Navy ha proseguito i lavori e utilizzato le parabole. L’associazione antimafie Rita Atria, che aveva già presentato in passato due denunce penali presso la Procura di Caltagirone per abusivismo e mancanza di autorizzazioni, all’indomani della sentenza del TAR ha depositato anche un’istanza di sequestro, che oggi finalmente vediamo realizzato attraverso l’apposizione dei sigilli. Tutta la vicenda del MUOS, sin dal suo inizio, è stata caratterizzata dall’arroganza e dalla prepotenza del governo degli Stati Uniti, supportato da quello italiano. Infatti, il rigetto delle richieste di sospensiva avanzate dal Ministero della Difesa da parte del TAR di Palermo nel luglio del 2013, avrebbe dovuto cautelarmente imporre alla US Navy di fermare i lavori nell’attesa che si definissero i procedimenti pendenti. Invece gli statunitensi hanno accelerato i lavori per completarli e porci davanti un fatto compiuto dal quale pensavano non si potesse più tornare indietro. Ma si sbagliavano, e il sequestro di oggi è l’ennesimo segnale che quell’installazione non può e non deve entrare in funzione. Avverso la sentenza del TAR il Ministero della Difesa italiano ha presentato appello, la cui udienza per la richiesta di sospensiva si terrà il prossimo 15 aprile presso il CGA di Palermo. Come legali del coordinamento dei comitati proseguiremo nella battaglia giudiziaria fino alla fine, a fianco di tutti gli attivisti e i comitati NO MUOS, per difendere il diritto di tutti a vivere in un posto libero da inquinamento, devastazione e guerre.

 
Tunisia, Libia PDF Stampa E-mail

Casus belli in Tunisia, intervento militare in Libia

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  •  Sergio Cararo
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Casus belli in Tunisia, intervento militare in Libia

E’ fin troppo evidente il nesso strumentale tra quanto accaduto in Tunisia, con l’attacco jihadista e la strage di turisti, con la campagna tesa a legittimare un intervento militare italiano e europeo in Libia. L'evento traumatico, il “casus belli” è avvenuto ed ha colpito degli inermi turisti italiani. Il governo Renzi, e le forze che da tempo spingono per intervenire militarmente in Libia, adesso hanno l'occasione per creare intorno a questa ennesima guerra asimmetrica il consenso necessario per far muovere aerei, portaerei e truppe di terra sulla sponda sud del Mediterraneo.

Questo sviluppo degli avvenimenti è facilmente desumibile dall'intervista rilasciata dal Presidente della Repubblica Mattarella alla Cnn, dalle comunicazioni alla Commissione Esteri dei ministri della Difesa e degli Esteri (Pinotti e Gentiloni) e da quanto Renzi ha avanzato in sede di Consiglio Europeo a Bruxelles. "A seguito dell'aggravarsi della minaccia terroristica, resa di drammatica evidenza anche dagli eventi di ieri in Tunisia, si è reso necessario un potenziamento del dispositivo aeronavale dispiegato nel Mediterraneo centrale, al fine di tutelare i molteplici interessi nazionali, oggi esposti a crescenti rischi determinati dalla presenza di entità estremiste, e assicurare coerenti livelli di sicurezza marittima", ha detto la ministra della Difesa Pinotti.

A sostegno delle tesi interventiste già si muovono i media embedded . “Per far fronte alla feroce determinazione dell’islamismo radicale, alla sua capacità di penetrazione, la politica deve innanzitutto prepararsi all’impiego della forza. La si chiami come si vuole per non turbare i nostri pudori lessicali - operazione di polizia internazionale, missione di pace ( sic !) o che altro - l’importante è capirsi sulla sostanza” scrive oggi l'editoriale del Corriere della Sera.

Il primo problema da risolvere – e qui torna funzionale lo shock della strage dei turisti a Tunisi - sarà quello della legalità dell'intervento militare. Fino ad oggi il governo italiano aveva parlato di un intervento di “peace keeping” a sostegno della mediazione tra le varie fazioni libiche (il governo riconosciuto insediato a Tobruk e il governo islamico insediato a Tripoli soprattutto). Una mediazione affidata sulla carta all'inviato dell'Onu Bernardino Leon, che fino ad oggi non ha prodotto però risultati. In Marocco sono in corso i colloqui ma stenta a venire fuori uno scenario diverso da quello di una “invocazione unilaterale” del governo di Tobruk ad un intervento esterno a proprio sostegno, il che configurerebbe un'azione militare a sostegno di una delle fazioni libiche contro tutte le altre. Sappiamo tutti che un intervento militare in Libia non potrà che avere il carattere di “peace enforcing” - ovvero una invasione diretta e non “contrattata” - con flotte schierate davanti alle coste e truppe sul terreno, cosa ben diversa da un ruolo di interposizione tra forze belligeranti per assicurare la pace. Ma sappiamo tutti che questo trasformerebbe la Libia in un pantano militare come l'Afghanistan o l'Iraq con le altre fazioni libiche impegnate a combattere le truppe straniere.

Mentre vengono presi in esame tutti gli scenari e il rapporto tra costi e benefici, nelle acque internazionali davanti alla Libia dal 2 marzo sono già in corso manovre navali da parte della Marina Militare Italiana. “Le operazioni non sono state messe in rapporto alla crisi in atto, ma un loro obiettivo dichiarato è quello di accrescere la sicurezza dell'area dove cospicui sono gli interessi italiani negli impianti estrattivi di Bouri gestiti dall'Eni, da cui parte, sino a Gela, il gasdotto Greenstream”, scrive la newsletter dell'Istituto Affari Internazionali. Con l'Egitto si è parlato di un intervento militare congiunto nel recente vertice economico a Sharm El Sheik. “C’è condivisione ampia – ha affermato Renzi dopo il colloquio con il generale/presidente egiziano Al Sisi- sulla necessità di un intervento rilevante in Libia, da realizzare a partire dagli sforzi diplomatici dell’Onu”.

Come opporsi a questo scenario dal sapore fortemente coloniale? La macchina politica, diplomatica e militare è già in moto e l'opinione pubblica, anche sotto il funesto ma provvidenziale evento traumatico di Tunisi, sembra disponibile a sostenere una azione militare vendicativa contro i gruppi jihadisti. Il fatto che l'evento scatenante sia avvenuto in Tunisia, ma che poi si intervenga in Libia, al momento non sembra suscitare le dovute domande. Su una cosa non possono esserci dubbi: dobbiamo opporci con ogni mezzo all'intervento militare coloniale in Libia, ancora una volta senza se e senza ma!Chi tentenna non potrà essere un nostro compagno di strada.

 
No ad una seconda guerra in Libia PDF Stampa E-mail

No ad una seconda guerra in Libia

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  •  Angelo Del Boca - Alex Zanotelli
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No ad una seconda guerra in Libia

L’abbattimento del regime di Gheddafi ha riportato la Libia al clima politico ed economico di due secoli fa, prima della colonizzazione italiana e ancora prima della presenza ottomana. In altre parole, si è tornati ad una tribalizzazione del territorio. Scomparsi i confini amministrativi, ogni tribù difende le proprie frontiere e sfrutta le risorse petrolifere.

Non c’è alcun dubbio che Muammar Gheddafi è stato un crudele dittatore, ma nei suoi 42 anni di regno ha mantenuta intatta la nazione libica, l’ha dotata di un forte esercito e di un’eccellente amministrazione al punto che il reddito pro-capite del libico era il più alto dell’Africa e si avvicinava a quello dei paesi europei. Ma soprattutto ha dato ai libici una fierezza che non avevano mai conosciuto.
      A tre anni dal suo assassinio (avrebbe meritato un processo), la Libia è nel caos più completo e già si parla con insistenza di risolvere la questione inviando truppe dall’estero per organizzarvi una seconda, micidiale e sciagurata guerra. Nel corso della prima infausta guerra, voluta soprattutto dalla Francia di Sarkozy, il paese ha subìto danni immensi, 25 mila morti e distruzioni valutate dal Fondo Monetario Internazionale in 35 miliardi di dollari.
Poichè le voci di un intervento militare italiano si fanno più frequenti, noi chiediamo alle autorità del nostro Paese di non commettere il gravissimo errore compiuto nel 2011 quando offrimmo sette delle nostre basi aeree e più tardi una flotta di cacciabombardieri per aggredire un paese sovrano, violando, per cominciare, gli articoli 11, 52, 78 e 87 della nostra Costituzione.
In un solo caso l’Italia può intervenire, nell’ambito di una missione di pace e dietro la precisa richiesta dei due governi di Tripoli e di Tobruk che oggi si affrontano in una sterile guerra civile. Ma anche in questo caso l’azione dell’Italia deve essere coordinata con altri paesi europei e l’Unione Africana(UA).
Animati soprattutto dal desiderio di riportare la pace in un paese la cui popolazione ha già sofferto abbastanza.
Ci appelliamo al nostro ministro degli esteri Gentiloni, chè non si faccia catturare dai venti di guerra che stanno soffiando insistenti. Ma sopratutto chiediamo a tutto il movimento per la pace perchè faccia pressione sul governo Renzi perchè l’Italia , come ex-potenza coloniale, porti i vari rivali libici attorno a un tavolo. Questo per il bene della Libia, ma anche per il bene nostro e dell’Europa.
Angelo Del Boca
Alex Zanotelli
 
Pisa; di fronte alla base della Folgore PDF Stampa E-mail

Campagna contro la guerra a Pisa: di fronte alla base della Folgore

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  •  Redazione Contropiano Pisa

Campagna contro la guerra a Pisa: di fronte alla base della Folgore
Con un presidio e una conferenza stampa si è svolto questa mattina il primo appuntamento della campagna di mobilitazione antimilitarista "Le guerre di aggressione ai popoli dell'est e del medio oriente partono da Pisa. Fermiamole!" (http://contropiano.org/eventi/item/27083-pisa-le-guerre-partono-da-qui), promossa dalle realtà politiche, antimilitariste e dai singoli pacifisti e antimperialisti che hanno aderito all'appello lanciato dalla Rete dei Comunisti (http://contropiano.org/articoli/item/26943). I promotori si sono dati appuntamento di fronte alla caserma Gamerra, destinata ad ospitare il Comfose (Comando delle Forze Speciali dell'Esercito), dietro uno striscione che recitava "No alle truppe speciali, sì a lavoro e servizi sociali", e dei cartelli che evidenziavano il ruolo della nostra città come centro operativo per le guerre imperialiste presenti e future, e il fatto che, a fronte di un aumento delle spese militari, che arriverà in un anno al 2 % /2,2 % del Pil (circa 100 milioni di euro al giorno), il governo Renzi sta accelerando nella distruzione di ogni diritto del mondo del lavoro, e sul taglio a sanità, istruzione e servizi sociali. 

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Erano presenti al presidio realtà politiche come la Rete dei Comunisti, Rifondazione Comunista, il Progetto Rebeldìa, rappresentanti del Coordinamento No Hub, il giornalista e saggista Manlio Dinucci e singoli attivisti aderenti all'appello, che hanno risposto alle domande dei giornalisti spiegando le parole d'ordine della mobilitazione che vedrà come prossimi appuntamenti l'assemblea del 30 ottobre (ore 21, presso il Circolo agorà) e il presidio antimilitarista del 4 novembre (h.17 C.so Italia - Logge dei Banchi) in occasione della “festa delle forze armate” e nella ricorrenza della 1° guerra mondiale.
 

Per lo scioglimento del Comfose, la chiusura di Camp Darby, l'uscita dell'Italia dalla Nato e lo storno delle immense risorse pubbliche impiegate per le spese militari per rilanciare l'occupazione e le spese per sanità, istruzione, trasporti e tutele sociali.

 
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