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pace e guerra

sono di essenza diversa.
La loro pace e la loro guerra
son come vento e tempesta.
La guerra cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre.
Ha in faccia
i suoi lineamenti orridi.
La loro guerra uccide
quel che alla loro pace
è sopravvissuto.

B. Brecht

 

 
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Il sangue sul Pil. Boom dell’export italiano di armi


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“La guerra ti fa ricco”. Potrebbe sembrare una battuta, purtroppo è una realtà. E lo è anche per il sistema industriale italiano. Mentre la Confindustria celebra i “segnali di fiducia” da parte delle imprese che hanno ripreso a esportare (su questo vedi l’articolo in altra parte del giornale), la relazione annuale presentata al Parlamento dal Ministero degli Esteri, rivela che l’export nel mondo di armamenti prodotti dall’Italia è praticamente quasi raddoppiato in solo anno.

Infatti secondo la relazione, le esportazioni italiane di armamenti nel 2016 hanno raggiunto 14,6 miliardi di euro, con un aumento dell'85,7% rispetto ai 7,9 miliardi del 2015.
Un'impennata nel 50% del valore delle esportazioni dovuta dalla fornitura al Kuwait di 28 Eurofighter (il famoso caccia europeo) prodotti della Leonardo (Finmeccanica) che vede così salire l’emirato al primo posto come mercato di sbocco delle armi per l'Italia. Seguono Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna, Arabia Saudita (427,5 milioni), Usa, Qatar, Norvegia e Turchia (133,4 milioni). Oltre ad aerei ed elicotteri (che pesano per 8,8 miliardi di euro), la categoria di armamenti più venduta dall'Italia è quella di “bombe, siluri razzi, missili e accessori”. Questi ultimi in particolare, hanno visto una impennata con le forniture all’Arabia Saudita che li sta utilizzando per massacrare la popolazione Houthi nello Yemen.

Tra le aziende esportatrici infatti va rilevato l'exploit assoluto della Rheinmetall passata dal 19esimo posto in classifica dell’export (circa 52 milioni di euro nel 2015) al terzo posto assoluto nel 2016 (500 milioni). L’azienda che produce le bombe che i sauditi gettano abbondantemente sullo Yemen, viene subito dopo la nuova veste di Finmeccanica – Leonardo –  e la Avio (passata a General Electric). La Rheinmetall infatti è società finita nell'occhio del ciclone e delle proteste antimilitariste per la produzione a Domusnovas, in Sardegna, delle bombe utilizzate poi dall'Arabia Saudita per i bombardamenti in Yemen contro i ribelli Houthi.

I maggiori importatori di armi prodotte in Italia sono proprio le petromonarchie come Arabia Saudita, Qatar, Emirati e Kuwait, in pratica i sostenitori dell’Isis. I paesi arabi del Golfo da tempo stanno acquistando armamenti a rotta di collo. L’Arabia Saudita è diventata  il secondo importatore mondiale con un aumento di ordini del 212% negli ultimi sei anni. Il Qatar ha aumentato le ordinazioni di armi del 245 per cento.

Alla luce dei dati presentati trionfalmente dal Ministero degli Esteri, si evince piuttosto nitidamente come in quella “nicchia” del 20% di imprese italiane che fanno l’80% dell’export (dato questo celebrato trionfalmente invece da Confindustria), ci sono anche e molto le imprese che producono armamenti, di tutti i tipi. Dagli Eurofighter prodotti dall’Alenia di Torino alle bombe della Rmw di Domusnovas. “E’ tutta roba che fa Pil”, “Sono tutti posti di lavoro” ci sentiremo rispondere se dovessimo porre la domanda a chi gestisce questo modello di politica industriale. Vallo a spiegare a chi si becca i missili o le bombe sganciate da quegli aerei. Succede poi che magari qualcuno si getta con un camion sulla folla in una metropoli europea. E a qual punto la politica di stato e  l’opinione pubblica meno lungimirante l’unica domanda che sembrano porsi è la più ipocrita: “ma perché ci odiano tanto?”