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pace e guerra

sono di essenza diversa.
La loro pace e la loro guerra
son come vento e tempesta.
La guerra cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre.
Ha in faccia
i suoi lineamenti orridi.
La loro guerra uccide
quel che alla loro pace
è sopravvissuto.

B. Brecht

 

 
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La Camera approva ancora la guerra in Afghanistan - Di E. Piovesana*
Approvazione bipartisan, con i soli voti contrari di Idv e astensione dei radicali, per il rifinanziamento della missione in Afghanistan, che nei prossimi sei mesi ci costerà più di 65 milioni di euro al mese (contro i 51 del primo semestre 2010)

La Camera ha approvato mercoledì mattina, con il solo voto contrario dell'Italia dei Valori e l'astensione dei Radicali, la conversione in legge del decreto governativo di rifinanziamento semestrale delle missioni militari italiane all'estero, tra cui la missione di guerra in Afghanistan. Il provvedimento passa ora all'esame del Senato.

Il decreto n. 102 del 6 luglio 2010 - come si legge sul sito internet della Camera - ''autorizza, per quanto riguarda la missione Isaf in Afghanistan, la presenza complessiva di oltre 3.900 militari, attuando la seconda fase della decisione annunciata nel Consiglio dei ministri del 3 dicembre 2009, che prevedeva l'aumento di 1.000 unità del contingente impegnato nella missione nel corso dell'anno 2010, con gradualità e con una maggiore incidenza nella seconda metà dell'anno''.

''Tale decisione - continua il bollettino web della Camera - si collega alla revisione della strategia in Afghanistan annunciata dal presidente degli Stati Uniti Obama il 1° dicembre scorso e alle conseguenti decisioni concordate in sede Nato''. Una candida ammissione di 'sovranità limitata': governo e parlamento italiano si conformano alle decisioni della Casa Bianca.

L'invio di mille soldati in più e di mezzi da combattimento più 'pesanti' (17 carri armati su ruota 'Freccia') produce un inevitabile aumento dei costi della missione: i prossimi sei mesi di guerra in Afghanistan (agosto-dicembre) ci costeranno oltre 393 milioni di euro, vale a dire più di 65 milioni al mese. Un netto incremento rispetto ai 308 milioni (51 al mese) del primo semestre 2010.

La cifra è così suddivisa: 365 milioni di euro per il mantenimento del contingente Isaf schierato in Afghanistan, 12 milioni per il personale militare della missione che opera nelle basi americane negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrein e in Florida (Usa), 10 milioni per le operazioni in loco del Sismi, 1,7 milioni per il personale della Guardia di Finanza (Isaf , Eupol e Jmous), 2.7 milioni per le operazioni militari a favore della popolazione locale (aiuti in cambio di intelligence), 1,8 milioni per il sostegno alle forze armate afgane e, duclis in fundo, mezzo milione alla Rai per ''azioni di comunicazione nell'ambito delle NATO Strategic Communications'' (propaganda di guerra).

Fuori dalle spese militari e paramilitari, troviamo lo striminzito finanziamento alle iniziative di cooperazione: 18,7 milioni di euro, che serviranno a pagare progetti di ricostruzione e di assistenza umanitaria sia in Afghanistan che in Pakistan (dov'è prevista una ''missione di stabilizzazione economica, sociale e umanitaria''), e anche a organizzare una conferenza regionale della società civile per l'Afghanistan, in collaborazione con la rete di organizzazioni non governative 'Afghana.org' (associazione promossa da Arci, Lunaria e Lettera22).

* www.peacereporter.net
 
Crescono i segnali di preparazione di un attacco militare contro l'Iran
Imagedi redazione*

In pochi giorni sono aumentati i segnali di preparazione di un attacco militare israeliano e statunitense contro l'Iran. Quanti di questi siano solo fattori di "pressing" tesi a intimidire l'Iran e costringerlo alla resa o quanto siano l'avvio sistematico di un processo di preparazione di un attacco vero e proprio secondo una consolidata tradizione statunitense, non è facilissimo dirlo guardando le cose dal nostro paese e sulla base delle informazioni a disposizione. Ma alcuni dati stanno diventando ormai e purtroppo molto nitidi.
Atilio Boròn nel suo blog sottolinea la gravità e l'emblematicità di un articolo comparso sulla Military Review (organo delle forze armate statunitensi) a firma di uno degli intellettuali di punta della Israel Lobby americana, Amitai Eztioni, consulente di divese amministrazioni USA. (vedi http://www.atilioboron.com/ ). Nell'articolo e poi in una intervista rilasciata alla corrispondente di Ha'aretz da Washington, Eztioni afferma che "l'unica opzione accettabile è un attacco militare esemplificante contro l'Iran" e che qualsiasi altra alternativa vada scartata.
In questi giorni va segnalata anche la visita improvvisa del Capo di Stato Maggiore statunitense, ammiraglio Michael Mullen, a Tel Aviv. Mullen si è incontrato con i vertici militari israeliani per discutere appositamente il dossier Iran.
Mercoledì, l’agenzia iraniana Fars ha fatto uscire la notizia che a 8 km da Tabuk, in pieno deserto, l’Arabia Saudita ha prestato un eliporto alle squadriglie da combattimento dell'aviazione israeliana. I sauditi hanno negato, come qualche settimana fa quando il Times rivelò che Riad aveva concesso lo spazio aereo per un eventuale attacco a Teheran. Ma ieri una fonte anonima israeliana al Jerusalem Post, ha confermato più o meno tutto. Stessa storia per le navi nel Canale di Suez. "Una decina di giorni fa, i pescatori della zona ne hanno contate una dozzina, dieci americane e un paio israeliane, prima che le motovedette egiziane li allontanassero: e se Il Cairo ha smentito tutto, ma gli israeliani hanno provveduto a smentire la smentita. «La copertura navale è il primo passo», dicono i militari israeliani: anche per questo, ai cantieri tedeschi della Blohm & Voss è arrivata l’ordinazione urgente di due navi da guerra, 300 milioni l’una" scrive oggi il Corriere della Sera, solitamente informato benissimo su quanto avviene nelle forze armate israeliane. Si rammenta poi la presenza nel Golfo Persico di sottomarini israeliani dotati di missili da crociera.Contemporaneamente si segnala il lancio di un altro satellite spia israeliano - l'Ofek 9 - che transiterà sui cieli iraniani.
Il Gulf Daily News - riprendendo una fonte locale - segnala invece movimenti di forze speciali Usa e israeliane in Georgia e soprattutto in Azerbaigian, al confine con l’Iran. http://www.gulf-daily-news.com/NewsDetails.aspx?storyid=281041
Siamo dunque alla vigilia di quello "scossone" che Israele vuole imporre all'agenda politica mediorientale e internazionale? Israele è disposta a tutto pur di uscire dall'isolamento e dall'empasse in cui si è cacciata a causa della sua politica aggressiva (ultima in ordine di tempo il sanguinoso attacco contro la Freedom Flottiglia nel Mediterraneo) e dell'apartheid contro i palestinesi che il mondo non è più disposto ad accettare. Ma è proprio questo il problema del mondo: i pericoli che derivano dalla politica dell'escalation israeliana e dalla sua sindrome di Sansone. Paradossalmente - ma non del tutto - sarebbe meglio che l'Iran disponesse già delle armi atomiche. Sarebbe questo l'unico impedimento materiale - la mutua distruzione assicurata - ad una guerra devastante e pericolosa per tutti.
 
* www.contropiano.org
 
Navi Usa e sottomarini nucleari israeliani nel Golfo persico - Di M. Dinucci
Israele schiera sottomarini armati di missili nucleari al largo delle coste iraniane: così titolava il 22 giugno il giornale i-sraeliano Haaretz, riportando un’inchiesta del britannico Sunday Times. Secondo quanto dichiarato da un ufficiale israeliano, uno dei quattro sottomarini Dolphin, forniti dalla Germania, si trova già nel Golfo e, con i suoi missili da crociera a testata nucleare (gittata 1.500 km), può colpire qualsiasi obiettivo in Iran. Alla fine della settimana scorsa, una imponente squadra navale, composta da oltre 12 navi da guerra statunitensi e almeno una unità lanciamissili israeliana, aveva attraversato il Canale di Suez, diretta anch’essa nel Golfo persico, per accrescere la pressione militare sull’Iran. La ragione non è solo quella dichiarata, impedire che Teheran possa un giorno dotarsi di armi nucleari.
Ve n’è un’altra più pressante: agli inizi della settimana scorsa Teheran ha firmato con Islamabad l’accordo, del valore di 7 miliardi di dollari, che dà il via alla costruzione di un gasdotto dall’Iran al Pakistan. Un progetto che risale a 17 anni fa, finora bloccato dagli Stati uniti. Nonostante ciò, l’Iran ha già realizzato 900 dei 1.500 km di gasdotto dal giacimento di South Pars al confine col Pakistan, che ne costruirà altri 700. Un corridoio energetico che, dal 2014, farebbe arrivare in Pakistan dall’Iran, ogni giorno, 22 milioni di metri cubi di gas. Il progetto iniziale prevedeva che un ramo del gasdotto arrivasse in India, ma New Delhi si è ritirata temendo che il Pakistan possa bloccare la fornitura.

C’è però sempre la Cina, disponibile a importare gas iraniano: la China National Petroleum Corporation ha firmato con l’Iran un accordo da 5 miliardi di dollari per lo sviluppo del giacimento di South Pars, subentrando alla francese Total cui Teheran non ha rinnovato il contratto (mentre l’italiana Eni continua a operare nei giacimenti di South Pars e Darquain). E’ quindi per l’Iran un progetto d’importanza strategica: esso possiede le maggiori riserve di gas naturale dopo quelle russe, ancora in massima parte da sfruttare, e attraverso il corridoio energetico verso est può sfidare le sanzioni volute dagli Stati uniti. Ha però un punto debole: il suo maggiore giacimento, quello di South Pars, è offshore, situato nel Golfo Persico. E’ quindi esposto a un blocco navale, come quello che gli Stati uniti possono esercitare facendo leva sulle sanzioni decise dal Consiglio di sicurezza dell’Onu.
A Washington brucia il fatto che il Pakistan, suo alleato, abbia firmato l’accordo con l’Iran pochi giorni dopo le sanzioni decise dal Consiglio di sicurezza. Da qui la mossa militare, in accordo con gli alleati europei, in particolare la Francia. La portaerei Harry Truman, che guida il gruppo navale diretto nel Golfo Persico, ha prima fatto scalo a Marsiglia, ef-fettuando il 4-7 giugno nel Mediterraneo, con i suoi 80 aerei da attacco, una esercitazione di interoperabilità con l’aviazione imbarcata sulla portaerei francese Charles De Gaulle. E mentre era in navigazione verso Suez, il 14 giugno, ha ricevuto la visita del ministro della difesa tedesco, accompagnato dal capo di stato maggiore della marina.
Il momento più esaltante si è avuto il 13 giugno quando, nella cappella della portaerei Truman, un prete cattolico francese e un rabbino ebraico hanno officiato insieme un servizio religioso permettendo «alle due nazioni alleate di unirsi a livello spirituale».

(il manifesto, 23 giugno 2010)
 
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