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pace e guerra

sono di essenza diversa.
La loro pace e la loro guerra
son come vento e tempesta.
La guerra cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre.
Ha in faccia
i suoi lineamenti orridi.
La loro guerra uccide
quel che alla loro pace
è sopravvissuto.

B. Brecht

 

 
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Libia:guerra a Tripoli PDF Stampa E-mail

Guerra a Tripoli, un altro problemone per il governo italiano


Nel “porto sicuro” di Salvini & co. si sparano cannonate e raffiche di mitraglia come se piovesse. Al punto che il quasi ex “sindaco di Tripoli” – Fayez al Sarraj – prova a dichiarare lo stato d’emergenza, invocando l’intervento militare di chi l’aveva stupidamente messo sulla poltrona di “premier” della Libia.

Un calcolo dei rapporti di forza in campo fatto da fessi (il governo italiano targato Renzi e parte dell’Unione Europea, ma non la Francia), che credevano di aver trovato il loro quisling senza dover faticare troppo, pescando tra gli esuli anti-Gheddafi (il padre di Al Serraj era stato funzionario del re Idris, spodestato dalla “Rivoluzione verde” del colonnello).

In realtà, era stato problematico persino farlo arrivare a Tripoli, tanto che per settimane era rimasto a bordo delle navi militari della coalizione occidentale, in attesa che venisse raggiunto un accordo con le milizie locali anche a colpi di bombardamenti. Ma in realtà non ha mai contato nulla, e in questi giorni la cosa è diventata chiarissima.

Per provare a restare al suo posto, ha dato mandato alla cosiddetta milizia “Forza Anti Terrorismo di Misurata” (città fortemente anti-Gheddafi), guidata dal generale Mohammed Al Zain, di entrare nella capitale per organizzare un nuovo cessate il fuoco e far terminare le violenze nella periferia sud della capitale. Ma senza esito.

Ieri gli scontri tra le varie milizie si sono concentrati nella zona sud di Tripoli, in particolare ad Ain Zara e Abu Selim, e persino all’interno di un campo profughi per gli sfollati interni di Tawergha (non un “centro di detenzione” per migranti, insomma). Alcune centinaia di prigionieri sono riuscite a evadere dal carcere Rweini ad Ain Zara, grazie al fatto che gli scontri tra milizie hanno fatto fuggire i guardiani, mentre gli uomini della Settima Brigata avanzavano nella zona.

Le dichiarazioni ufficiali del “governo” sono dei brani di letteratura dell’assurdo: i combattimenti sarebbero un “attentato alla sicurezza della capitale e dei suoi abitanti, davanti ai quali non si può restare in silenzio“. Perché l’obiettivo dei miliziani sarebbe “quello di interrompere il processo pacifico di transizione politica“, cancellando “gli sforzi nazionali e internazionali per arrivare alla stabilizzazione del Paese“.

Basta ricordare che buona parte del paese (e degli impianti petroliferi) è controllata dal generale Haftar – ex alto ufficiale di Gheddafi, ora appoggiato da Egitto, Russia e… Francia – per capire quanto vacue siano certe dichiarazioni, prese ovviamente per oro colato dalla nostra stampa mainstream.

La 7/ma Brigata “ribelle” avanza comunque da sud e punta sul centro della città. I miliziani hanno annunciato l’imminente assalto al quartiere di Abu Salim a Tripoli, precisando che continuerà a combattere fino a quando le milizie armate non lasceranno la capitale e la sicurezza sarà ripristinata“. “Noi non vogliamo la distruzione, ma stiamo avanzando in nome dei cittadini che non riescono a trovare cibo e aspettano giorni in coda per avere lo stipendio, mentre i leader delle milizie si godono il denaro libico“, secondo il comandante Rahim Al Kani.

Alla base della ribellione, scrivono alcune fonti, ci sarebbero discussioni sulla ripartizione dei proventi del petrolio, che il “governo” Serraj avrebbe trattenuto per sé. Mentre – ricordava persinoSky due giorni fa – “ai tempi di Gheddafi venivano ripartiti tra tutta la popolazione” (e gli avete fatto guerra anche per questo, insomma…).

Obbiettivo principale sembra comunque la zona dell’aeroporto, ovviamente strategica per i collegamenti con l’estero e via di fuga per i “governanti” in caso di crollo nelle prossime ore.

I miliziani di Kani affermano di aver conquistato un’accademia di polizia e una sede del ministero dell’Interno lungo la direttrice verso l’aeroporto. L’ambasciata italiana in Libia – sfiorata sabato da un razzo che ha centrato un hotel nei pressi – resta aperta e non mancano anche in questo caso autentici capolavori della letteratura involontariamente satirica. “Continuiamo a sostenere l’amata popolazione di Tripoli in questo difficile momento“, ha scritto su Twitter la sede diplomatica, smentendo le indiscrezioni sulla chiusura della stessa e la fuga dei responsabili.

Ed è proprio il governo italiano quello messo peggio in questa situazione.

Per l’esecutivo teoricamente guidato da Conte l’escalation in Libia mette a rischio parecchi obiettivi, a cominciare dalla stessa “strategia” salviniana (in realtà del predecessore Pd, Marco Minniti) per bloccare gli sbarchi dei migranti. Sembra evidente, infatti, non solo che la Tripolitania è tutto meno che un “porto sicuro” (la formula usata dall’Onu per indicare i paesi in cui possono essere ospitati profughi di guerra e richiedeti asilo), ma soprattutto è priva di un vero “governo”, ossia un soggetto con cui si possono credibilmente siglare accordi di qualsiasi tipo.

Tanto più che ora è la stessa Onu, per bocca del Segretario generale Guterres, a denunciare l’Italia per torture e stupri nei “centri di detenzione” ufficiali, quelli in qualche misura co-gestiti anche dal governo italiano. «Torture, compresa la violenza sessuale, il rapimento a scopo di riscatto, estorsioni, lavoro forzato e uccisioni illegali», avvengono ai danni di stranieri in tutto il Paese. «Il numero di migranti detenuti è cresciuto a causa dell’aumento delle intercettazioni in mare (da parte della Guardia costiera libica, ndr) e per effetto della chiusura delle rotte marittime ai migranti, impedendo la loro partenza».

Il rischio è quello di ritrovarsi isolati sul piano diplomatico internazionale (e non solo per nobili motivi) e, su quello locale, di fronte un’alleanza di milizie per varie ragioni ostili agli ex “padrini” di Al Serraj.

Un problema serissimo, per chi ha una multinazionale petrolifera – l’Eni – che opera da quelle parti in condizioni ormai completamente militarizzate.